Sandro's blog dal 2006

wripainter – mia pittura e scrittura

Nessuno (R.Giaconi)

Nessuno si ricordi di me – di Roberta Giaconi                    (in formato pdf clicca qui)

Le statue di marmo si vedono già dal grande cancello bianco. Corrono due a due, lungo il percorso di un sentiero diritto e sas­soso che conduce alla casa. Leoni, angeli, animali mitologici. Sfingi. Il volto immobile, intrappolato nella pietra. Intorno l’erba verde avanza discontinua fino alla grande casa di mattoni scuri che si erge in un silenzio ostile. Sul lato sinistro si apre la porta di una cantina: è un magazzino di ricordi ammassati in terra, alle pareti, sul tavolo. Ci sono sculture, due bolle papali del Cinque­cento, tanti articoli ritagliati con cura dai giornali. Una signora anziana seduta su un divano tappezzato di stoffa a fiori marroni. Croci. Un piccolo libro chiuso in un armadio di legno con le ante di vetro. La copertina è marrone, di cuoio, con disegni geometrici intrecciati. È un diario.

Diario 1944

Mi fanno paura:

– i tedeschi della divisione Göring quando si arrabbiano o quando parlano a voce troppo alta;

– i partigiani che si alzano dai covoni di grano e mirano con i fucili alle spalle dei tedeschi;

– gli altri sfollati quando mi vengono vicino.

Ma la macchina fotografica mi protegge.

Mi piaceva farmi fotografare perché ero la più piccola della famiglia. Prima della guerra mi mettevano spesso in posa in mezzo ai miei due fratelli, mi vestivano bene, con più cura di loro. Indossavo sempre grandi cappelli e guardavo diritto nell’obiettivo. In una foto ho sei anni e le mani orgogliosamente puntate sui fianchi. Le gambe sono leggermente allargate e saldamente incollate alla spiaggia, sorrido. I pantaloni che indosso hanno una fantasia floreale, la maglia è stretta e accollata, due lembi si annodano sul davanti con un grande fiocco. Accanto a me, molto più alti, ci sono Giacomo e Gianni. Gianni, con i suoi 13 anni, non sorride e sembra leggermente accigliato, non gli è mai piaciuto farsi fotografare. Ha i capelli biondi e corti, gli occhi un po’ socchiusi. Giacomo abbozza un sorriso, ha quattro anni più di me e guarda leggermente di lato. Distratto. Tiene la gamba destra tesa, come se fosse pronto a correre via.

Penso che resteremo sempre così, anche dopo la guerra. Che il tempo non riuscirà a scalfire la nostra essenza intrappolata nella carta.

Quando abbiamo lasciato Livorno ho preso la piccola macchina fotografica che mamma aveva riposto nel cassetto della credenza. L’ho portata via con me e da allora è sempre nella mia tasca. Mi serve per capire.

Gennaio

La nostra casa del Fitto Vecchio a Cecina è stata colpita in pieno da una bomba il primo dicembre 1943. Lo so perché ho sentito lo scoppio mentre correvo con altri in un rifugio vicino. Le sirene ci hanno avvertiti troppo tardi, quando già si vedevano i caccia bassi nel cielo, diretti verso di noi.

Mio padre ci aveva portati a Cecina perché vivere a Livorno era diventato troppo pericoloso a causa dei bombardamenti continui. «Le campagne sono più sicure» dicevano tutti. Avevamo fatto le valigie in fretta, contenti di partire. Io, mio fratello Gianni e i miei genitori. Giacomo era già lontano, prigioniero in Germania. Dentro la casa di Cecina c’erano tutte le nostre cose, i nostri mobili, le foto che mamma conservava nel cassetto del suo comodino, i gioielli che metteva prima della guerra quando andava con mio padre alle cene di lavoro. Più di venti stanze. Quando la casa è saltata in aria, colpita in pieno da un caccia americano, non abbiamo neanche dovuto fare le valigie perché non avevamo più niente.

È così che siamo venuti dai nonni a Montescudaio.

Gianni ha costruito un laboratorio nella cantina dei nonni, vicino alla villa del Marchionneschi. Resta lì tutto il tempo, tra arnesi rudimentali e i suoi libri. È un chirurgo, si è laureato a Pisa a 21 anni, ma non vuole curare i pazienti. Gli piace fare ricerche sulle malattie e stare da solo, senza nessuno che gli dia fastidio. Scrive tanto su quadratini di carta che poi abbandona sul pavimento. Ha una scrittura fitta, molto piccola. Quando gli sono vicino cerco di essere invisibile per non dargli fastidio e resto a guardarlo mentre lavora, sperando che non mi mandi via.

Da quando Giacomo è stato preso prigioniero mia mamma gli manda ogni mese un pacco in Germania, con gallette, vestiti puliti e qualche lira. Mio padre non dice niente, Gianni scuote la testa e torna ai suoi esperimenti. Una volta, di nascosto, ho aperto il pacco e ho mangiato tutte le gallette. Non è giusto che noi si digiuni perché mia mamma non vuole capire che tanto il pacco non gli arriva. Dopo averlo chiuso di nuovo, ho fotogra­fato il pacco destinato a mio fratello.

Mi piace:

– spiare nascosta tra i cipressi della Chiusa il contadino Amato che cerca di nascondere il suo cavallo Ioro. Sono divertenti, per­ché Ioro non vuole saperne né di essere legato, né tanto meno di restare nascosto. Amato tutte le volte diventa matto e parla da solo. Io lo ascolto, ma lui non mi vede. Non riesco a capire bene quello che dice, ma mi diverte. Credo che per lo più il suo vociare si risolva in imprecazioni.

– quando Gianni mi chiede di aiutarlo negli esperimenti. Mi fa sentire importante. Ma non me lo chiede quasi mai.

– tornare da Guardistallo con le tasche del vestito piene delle foto che Mario, il fotografo sfollato, mi sviluppa regolarmente.

C’è un cipresso sulla strada che porta alla Chiusa. È alto, grande, il tronco è robusto, con una larga apertura verso il basso. Quando sono arrabbiata infilo la testa lì dentro. Mi calma.

Triste storia di una zucca. Giuliana, una donna che prima della guerra faceva la sguattera nelle case signorili e che ora si arrangia come può, è venuta da noi per venderci una zucca. Voleva 10 lire. Mia madre ha aperto subito il portafoglio, io mi sono seduta su una sedia di legno, aspettando. Ero contenta. Ma è arrivato il contadino, sdentato, vecchio e poco pulito. Ha ripreso la nostra zucca e non ha accettato in cambio nessuna ricompensa. «Mica posso mangiarmi le lire» ha detto. Se n’è andato con le braccia piene, l’andatura sbilenca per il peso.

Anche oggi a pranzo abbiamo mangiato le gallette. Mia madre ha misurato le briciole sulla stadera di carta e le ha divise tra di noi. Ho fame.

Leggo tanto, non studio, faccio lunghe passeggiate nei campi. Se non ci fossero la fame, la guerra e la paura potrebbe piacermi questo tipo di vita.

Febbraio

I miei genitori litigano sempre più spesso. Mio padre abbassa la testa e si fortifica contro le urla di mia madre. Lei dice che lui deve fare qualcosa, che deve reagire, che tutto va male. Che la sua famiglia era ricca e che se avesse saputo come sarebbe andato il matrimonio con lui non lo avrebbe mai sposato. Che avrebbe dovuto saperlo, che si meritava qualcosa di più di un maestro delle elementari. Che Giacomo forse è morto, che lui avrebbe dovuto nasconderlo. Che lei non era fatta per quella vita. Come se la colpa della guerra fosse di mio padre. Nascondo la testa nel cipresso.

Hanno sequestrato la casa dei nonni a Montescudaio e i tedeschi si aggirano ora per le nostre stanze. Dormiamo dove capita, ci spostiamo di rifugio in rifugio. Quando passiamo la notte nelle buche del cimitero stendiamo i teli e Gianni mi tiene le mani sol­levate. «Per non farmi entrare il freddo nelle ossa» dice. I rumori della notte non mi spaventano. A volte sentiamo gli spari in lon­tananza e mi immagino la gente che scappa nelle vie del paese. Mi chiedo se siano i partigiani o i tedeschi a sparare.

Ma gli americani ci salveranno.

Nonostante i tedeschi ci abbiano sequestrato la casa dei nonni, Gianni e io continuiamo a passarci molto tempo, entrando dentro di nascosto. Gianni si rinchiude nel suo laboratorio in cantina, mentre io mi infilo silenziosa su per le scale, fino alla mansarda. Lì c’è una finestra da dove posso vedere il giardino del Marchionneschi e la strada principale di Montescudaio. Io guardo e fotografo tutto.

Adesso che l’ho fotografato, su dalla finestra del Marchionneschi, posso pensare a lui. Posso decidere se mi piace o meno. È giovane, avrà circa quanto Gianni, sui 20 anni, ma è tedesco e ha già i capelli radi. Sono biondi, corti, lisci, sempre coperti da un elmetto da soldato. Ha la pelle rosa, la fronte alta: quando ride gli si vedono tutti i denti. È lui che scarica sempre i camion e che fa rotolare i bidoni di benzina fino al deposito. Nella foto si copre gli occhi con la mano perché gli dà noia il sole.

Mi chiedo se morirà quando arriveranno gli americani a liberarci.

Marzo

Anche stanotte le bombe sibilavano in lontananza. Le sentivo cadere con precisione, come sassi in fondo a un pozzo. Credo di essermi un po’ abituata, perché sono rimasta nel dormiveglia e non ho spalancato gli occhi come le prime volte, a Livorno, quando ancora non dormivo per terra, ma nel mio letto. Con vere coperte. È strano che sia passato da allora soltanto un anno.

Aprile

Oggi ho visto la Susanna che ballava. Dicono che sia la donna di un capo partigiano che vive nella macchia. Non credo sia spo­sata, ma non lo so. Ride spesso, di una risata forte, grossa, non troppo femminile. In compenso tutti gli uomini la guardano per­ché ha un seno molto grande e indossa sempre maglie accollate, ma molto strette. Nonostante ci sia la guerra canta sempre. Oggi ballava. Ha preso la mano a una sua amica che ha i capelli tagliati corti per via dei pidocchi e ha iniziato a muoversi nella casa del fattore, dove ci eravamo riuniti per sentire le ultime notizie sul­l’avanzata degli americani. Era contenta perché stanno arrivando, ormai è questione di poco. Non vedo l’ora di vedere le foto che le ho fatto. Domani vado subito a Guardistallo da Mario.

I miei contatti più stretti con i partigiani:

– un ragazzino giovane e già barbuto con pantaloni marroni molto sporchi che mi ha baciato la mano senza lasciarmi il tempo di fotografarlo;

– un gruppo di uomini accucciati dietro ai cespugli in attesa dei due paracadutisti americani che si erano lanciati nelle mac­chie di Casaglia;

– lo schiaffo di mia madre a uno di loro che era venuto nel nostro rifugio a pretendere dei vestiti, mettendoci in pericolo.

I partigiani si sentono forti perché gli americani stanno arri­vando e non pensano a noi che moriamo per le loro bravate. Scappiamo alle Buche.

Mi trovo sempre più spesso sola. Quando facevo le magistrali, a Livorno, la presenza delle mie compagne a volte mi annoiava. Prendevo la mia razione di marmellata diluita nell’acqua calda e mi sedevo in disparte. Guardavo le altre ragazze mangiare.

Anna, la moglie del fattore, ci ha portato la notizia che i tedeschi stanno indietreggiando. I liberatori non sono lontani, ma a volte è difficile credere che arriveranno davvero.

Maggio

Mi faccio fare una fotografia da Gianni. Oggi compio 16 anni. Indosso un vestito a quadri bianchi e marroni, a maniche corte. Mi sono lasciata i capelli sciolti, mi arrivano alle spalle e sono leggermente mossi. Nessuno in casa mi ha fatto gli auguri. Però oggi Gianni mi ha chiesto se volevo aiutarlo in laboratorio. Credo sia il suo regalo di compleanno per me, ma che non mi faccia gli auguri perché è convinto che questi non siano tempi da compleanno. Scappo al fiume e mi canto una canzone.

Oggi ho avuto paura. I tedeschi mi hanno puntato una pistola alla testa e mi hanno urlato qualcosa. Stavo fotografando i loro camion nascosti tra i cipressi. «Aufhören! Halt, halt» urlavano. Ho alzato le braccia e sono rimasta immobile, bloccata dalla paura. Il tedesco con la divisa verde mi spingeva la pistola contro la tempia, vicino all’attaccatura dei capelli. Forte. Come fosse una talpa e volesse farmi un tunnel nella testa. Un altro mi ha strap­pato la macchina fotografica di mano e l’agitava come se fosse un sonaglio e si aspettasse da lei un qualche suono. Urlavano e non capivo niente, mi sono messa a piangere. Poi è arrivato un altro tedesco che avevo già visto perché dorme al Marchionneschi. È un ufficiale. A volte mi vede quando vado di nascosto nella loro mansarda e mi fa un piccolo cenno rigido con la mano per salu­tarmi. Urlando ha fatto abbassare la pistola, si è fatto dare la mia macchina e si è messo a discutere con gli altri. Tremavo e restavo immobile, senza capire niente. Si è girato verso di me e mi ha detto qualcosa, porgendomi la macchina fotografica, con il viso serio. Io l’ho presa e lui mi ha dato una pacca sul sedere. Sono scappata via e non mi hanno inseguita.

Gli americani faranno pagare ai tedeschi tutto il male che ci stanno facendo.

Il rumore dei cannoni al di là dei monti si avvicina. Stanno arrivando. Fuggiamo anche dalle Buche. Ci sono troppi parti­giani in giro e i tedeschi prima di andarsene vogliono ancora ucciderne qualcuno. Hanno messo i cartelli per tutto il paese: “Lasciateci andare via. Per ogni tedesco ucciso moriranno dieci di voi”. Spero che i partigiani sappiano leggere.

Giugno

30 giugno 1944, ore 9 e 30. Arriva il primo carro armato dei liberatori. Finalmente. Tutta Montescudaio è in delirio per l’entusiasmo, corre davanti al carro, applaude e getta fiori raccolti sul ciglio della strada.

Luglio

Gli americani hanno sequestrato la casa dei nonni che già i tedeschi ci avevano costretto a lasciare. Gianni non può più neanche entrare nel suo laboratorio. Ma ci hanno assicurato che Cecina ormai è sicura. Sono andata a piedi fino a Guardistallo per salutare Mario. Mi ha abbracciato e mi ha detto che spera di rivedermi un giorno. In altre circostanze. Ha una forte tosse e mi ha spiegato che sua moglie è morta in una delle ultime rappresa­glie dei tedeschi.

Domani ce ne andremo via da Montescudaio. Non voglio tor­narci mai più.

C’è una signora anziana seduta sul divano tappezzato di stoffa a fiori marroni. «Nessuno si ricordi di me» ripete pianissimo, riducendo in minuscoli frammenti fotografie ingiallite dal tempo.

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