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La poesia del novecento in Italia. Uno sguardo. VIII

Più in generale, il recupero del dialetto come lingua della poesia (a pieno titolo) costituisce uno degli aspetti del realismo e dell’antinovecentismo italiano, anche se con intenti e risultati estremamente variegati: e dobbiamo qui citare, per l’importanza che rivestono nella nostra letteratura, almeno Giotti, Tessa, Noventa, Pierro e – più recentemente – Loi; oltre naturalmente allo stesso Pasolini che, con Poesie a Casarsa (del 1942), proprio al dialetto affida i suoi esordi poetici; e, come si è visto, al dialetto continuerà a guardare.

Sempre nella linea antinovecentista, infine, possono venire inseriti altri grandi poeti come Penna, Bertolucci e Caproni; ciascuno dei quali risulta estraneo alle predominanti tendenze del secolo, vuoi ermetiche vuoi di genere diverso; e, in tale estraneità e originalità, va piuttosto a collocarsi accanto a Saba.

Una “solitudine”, questa appena accennata, che in giorni a noi più vicini vede in Amelia Rosselli la sua esponente più interessante e suggestiva, se è vero – come scrive Mengaldo – che la sua poesia “resta un fenomeno in sostanza unico nel panorama letterario italiano, legandosi piuttosto ad altre tradizioni, l’anglosassone (…) e la surrealista francese di cui prosegue direttamente, con aspro vigore, gli atteggiamenti più ‘ex lege’ “. Consideriamo, per esempio, la sua lirica C’è come un dolore nella stanza:

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo umore.

Per altri due grandi poeti come Fortini e Zanzotto, invece, più che di isolamento si dovrebbe parlare di sincretismo e di astrattismo: di sincretismo per Fortini, in quanto se “la sua genesi – come scrive Asor Rosa – è (…) fra ermetismo e surrealismo”, tuttavia egli va poi piegando la sua “vocazione originaria al sublime (poesia alta e forte, il verso intenso e appassionato), alla contemplazione e alla resa della contraddizione che ci attraversa”. Pertanto, sempre con parole del citato Asor Rosa, “se da una parte egli con i suoi versi ci addita un futuro, una speranza di riunificazione umana, dall’altra, più concretamente, ci mostra il gelo e l’assenza del presente”.

L’astrattismo di Zanzotto, invece, va inteso come abile gioco linguistico della poesia, in cui l’”oltraggio” condotto al “codice della lingua comunicativa” tende all’identificazione assoluta tra io e linguaggio e all’eliminazione da quest’ultimo di ogni referente; detto in altri termini, invoca il puro significante. Si legga, al riguardo, un esempio tratto dalla raccolta La beltà, del 1968:

Mondo, sii, e buono
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.
Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu ‘santo’ e ‘santificato’
un po’ più in là, da lato, da lato.
Fa’ di (ex-de-ob etc…)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su, münchhausen

Ma questa svolta in direzione di una struttura poetica che privilegi il segno sul senso, il significante sul significato, colloca Zanzotto – nonostante alcuni importanti distinguo – in un ambito assai vicino a quello della Neoavanguardia: movimento che trova la propria radice nel Laborintus di Sanguineti, del 1956; e nella rivista Il Verri, che sempre a partire dallo stesso anno incomincia ad essere pubblicato a Milano, su impulso di Luciano Anceschi.

Rompendo definitivamente con la funzione comunicativa della lingua e fornendo alla poesia quello statuto di autonomia che formalisti e strutturalisti avevano già evidenziato, pur con fini diversi, i “Novissimi” (Sanguineti, Balestrini, Porta, Guglielmi, Pagliarani e Giuliani) propongono una poesia che si oppone fortemente al sistema linguistico e letterario dominante; ma che, al contempo – spesso contraddittoriamente – cerca di appropriarsi (o se ne fa usare?) dei nuovi media di quel medesimo sistema.

I connotati fortemente ideologici, vale a dire marxisti, dell’intera operazione sono proprio uno degli elementi che diversificano la Neoavanguardia dallo sperimentalismo di Zanzotto: il cui spessore, peraltro, sembra risultare superiore a qualsiasi prodotto di quel movimento; nonostante, con il famoso Gruppo 63, la Neoavanguardia riesca – appunto nel 1963, in un convegno tenuto a Palermo – ad ampliare il numero dei propri adepti. Né si può del tutto credere a una reale portata europea (assimilabile al Futurismo) o a un’autentica funzione di svecchiamento della nostra letteratura insiti nel fenomeno in esame: se è vero che la sua influenza, ai nostri giorni, risulta pressoché nulla; a meno di non volerne trovare una traccia in quella Neo-neoavanguardia, o Gruppo 93, di cui recentemente si è occupata certa stampa.

L’unico vero merito del movimento, semmai, può individuarsi nella scoperta o riscoperta di taluni autori italiani e stranieri, assunti come modelli: Dante, Pound, Joyce e Lucini, per fare solo qualche nome.

In generale, però all’esaurirsi (intorno al 1970) dell’avventura della Neoavanguardia, il panorama poetico italiano risulta confuso e privo di una reale capacità propositiva e autenticamente creativa: anche se, forse, mai come nell’ultimo ventennio la poesia ha trovato riscontri editoriali altrettanto ampi.

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