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wripainter – mia pittura e scrittura

La poesia del novecento in Italia. Uno sguardo. VI

Nel periodo in esame, un altro poeta vive “la stessa crisi di inabilità del mondo”: Umberto Saba. In lui, però, la parola non è (come per gli Ermetici) “una sorta di missile partito da un fondo ignoto e destinato a perdersi nell’infinito dopo averci sfiorato”. Il poeta triestino, piuttosto, ponendosi al di fuori di qualsiasi classificazione (anche solo sospettata), infonde nei suoi versi migliori la capacità di rappresentare un “universo di oggetti, persone e sentimenti in una luce che non è già quella crepuscolare – scrive Franco Fortini – ma pomeridiana, ancora tutta attiva seppure già pronta alla propria dissoluzione”. Oltre questa tendenza “volta a fissare il mondo esterno in una condizione visivamente oggettiva”, tuttavia, in Saba se ne avverte un’altra, tesa alla rievocazione, sottile e affettuosa, del “tempo e delle avventure del proprio ‘io’ più profondo”. Un esempio significativo di tale duplicità espressiva è costituito dalla lirica Cucina economica:

Immensa gratitudine alla vita
che ha conservate queste care cose;
oceano di delizie, anima mia!

Oh come tutto al suo posto si trova!
Oh come tutto al suo posto è restato!

In grande povertà anche è salvezza.
Della gialla polenta la bellezza
mi commuove per gli occhi; il cuore sale
per fascini più occulti, ad un estremo
dell’umano possibile sentire.

Io, se potessi, io qui vorrei morire,
qui mi trasse un istinto. Indifferenti
cenano accanto a me due muratori;
e un vecchietto che il pasto senza vino
ha consumato, in sé si è chiuso e al caldo
dolce accogliente, come nascituro
dentro il grembo materno. Egli assomiglia
forse al mio povero padre ramingo,
cui malediva mia madre; un bambino
esterrefatto ascoltava. Vicino
mi sento alle mie origini; mi sento,
se non erro, ad un mio luogo tornato;
al popolo in cui muoio, onde son nato.

Versi che, da soli, potrebbero confermare il giudizio di Debenedetti quando afferma che Saba ” è forse il poeta contemporaneo, nel quale più viva e incorruttibile sia rimasta la fede di poter offrire con la poesia, direttamente e senza simboli intellettualistici, un dono d’anima”.

Saba, nel complesso, rimane una delle poche eccezioni nel panorama poetico della prima metà del Novecento la cui regola, a partire dagli anni trenta, è costituita soprattutto dall’Ermetismo; alla cui fondazione come vera e propria “scuola” Salvatore Quasimodo fornisce un apporto determinante, attraverso le sillogi Acqua e terre, del 1930; Oboe sommerso, del 1932; ed Erato e Apòllion, del 1936: opere successivamente raccolte (insieme alle Nuove poesie) sotto il titolo Ed è subito sera, del 1942.

In particolare a Firenze, alcuni poeti rendono la città il “principale centro di elaborazione, di espressione e di diffusione dell’Ermetismo”: e si parla di nomi quali Gatto, Luzi, Bigonglari e Betocchi; ai quali possiamo affiancare anche quelli di Sinisgalli e De Libero, operanti a Roma; e di Sereni, attivo a Milano. In Sereni, però, a differenza dei “fiorentini”, “vivere nella letteratura non risarcisce dall’esperienza negativa del mondo; anzi – scrive Vetri – l’acutizza e acumina il senso della irrelazione da esso: è vivere nell’avvertimento dolente d’una sconfortata solitudine che tanto protegge quanto esclude ed estranea”:

Già l’òlea fragrante nei giardini
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d’aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.
Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.

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