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La poesia del novecento in Italia. Uno sguardo. V

Anche Montale viene fatto rientrare in un contesto “ermetico” (da non confondere con quello che verrà definito Ermetismo vero e proprio): ma se Ungaretti sembrerebbe venirvi a costituire il punto di arrivo di quella che Anceschi definisce la “poetica dell’analogia”, “la cui intuizione – egli scrive – balenò oscuramente in taluni pensieri dannunziani, trovò qualche accento nei Crepuscolari, si fece principio organizzativo del nuovo linguaggio poetico per i Futuristi (…), si ritrova come motivo profondo nelle oscure dottrine di Onofri”, invece Montale concluderebbe la cosiddetta “poetica degli oggetti” la quale, manifestatasi inizialmente nella Scapigliatura, vede in Pascoli “il primo dottrinario” e passa, quindi, attraverso i “liguri” (Jahier, Boine, Sbarbaro), i Crepuscolari, Palazzeschi e Rebora.

 

In particolare, secondo Sanguineti, Montale sarebbe il continuatore o l’erede di una “linea crepuscolare” che vedrebbe in Gozzano il punto d’avvio; ecco, infatti, ciò che il critico scrive al riguardo: “(…) è certo che tra il 1911 dei Colloqui e il 1939 delle Occasioni, attraverso gli Ossi di seppia che occupano il giusto mezzo, con una equidistanza di almeno curioso rigore,1925, sta un nostro Novecento in una sua linea intiera, autonoma, operosa e, a volerli segnare tutti, ricca di nomi (…)”.

 

Dell’appartenenza a questo clima poetico, documentata dalle opere forse più significative del poeta genovese (Ossi di seppia, e Le occasioni), è interessante e originale testimonianza, per esempio, “un modo sintattico tipico in cui la presenza dell’oggetto si struttura nel linguaggio montaliano: l’elencazione ellittica”, ossia “la designazione successiva di oggetti del discorso poetico, priva di attribuzione verbale e di sviluppo sintattico che non sia quello – eventuale – interno a proposizioni secondarie subordinate”. Tale struttura, caratteristica soprattutto delle Occasioni, secondo Jacomuzzi20 avrebbe la funzione di presentare “perentoriamente” l’oggetto, il più possibile all’interno della dimensione della contemporaneità; in modo da cancellare ogni alone evocativo soggettivo e recuperare, piuttosto, “un comune linguaggio poetico che ritrovi un contatto con le cose della storia”.

 

Si legga, ad esempio, la seguente lirica tratta dalle Occasioni, intitolata Altro effetto di luna:

 

La trama del carrubo che si profila

nuda contro l’azzurro sonnolento,

il suono delle voci, la trafila

delle dita d’argento sulle soglie,

la piuma che s’invischia, un trepestio

sul molo che si scioglie

e la feluca già ripiega il volo

con le vele dimesse come spoglie.

 

O si consideri quest’altro testo, scelto da Ossi di seppia:

 

Il canneto rispunta i suoi cimelli

nella serenità che non si ragna:

l’orto assetato sporge irti ramelli

oltre i chiusi ripari, all’afa stagna.

Sale un’ora d’attesa in cielo, vacua,

dal mare che s’ingrigia.

Un albero di nuvole sull’acqua

cresce, poi crolla come di cinigia.

Assente, come manchi in questa plaga

che ti presente e senza te consuma:

sei lontana e però tutto divaga

dal tuo solco, dirupa, spare in bruma.

 

Non sfugge qui come le parole vogliano quasi farsi oggetti o gli oggetti parole: in un linguaggio “cosale”, appunto; al cui fondo, tuttavia, si intravedono quel medesimo sentimento e quell’oscura inquietudine esistenziale tipici di uno dei grandi contemporanei di Montale: T. S. Eliot.

 

In altri termini, sembra che il poeta, con i suoi versi, “cerchi di dare (…) il significato di ciò che rifiuta di essere significato”.

continua.

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