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wripainter – mia pittura e scrittura

La poesia del novecento in Italia. Uno sguardo. IV

Nello stesso deserto si innalza il folle verso di Dino Campana, il cui frammentismo “nasce (…) dalla sofferenza di uno spirito che stenta ad incarnare in parola e ritmo i balenanti soprassalti di un’ispirazione furente e sfuggente”11; mentre dal deserto della guerra, “da questa terrazza di desolazione”, Ungaretti manda alla Voce i suoi frammenti, che poi costituiranno Il porto sepolto e l’Allegria di naufragi, rispettivamente del 1916 e del 1919.

 

I versi brevissimi, le analogie, la mancanza di punteggiatura, la fortissima scansione delle pause, attraverso gli accapo e gli spazi bianchi, costituiscono (anche se di provenienza futurista) le forme elettive per un lamento che risuona nel vuoto di grandi spazi: nel deserto, appunto. Ed egli scrive:

 

(…)

quando trovo

in questo mio silenzio

una parola

scavata è nella mia vita

come un abisso.

 

 

Come per Mallarmé, come per Rimbaud, anche per Ungaretti la parola assume una funzione rivelatrice, in grado di illuminare la profondità dell’essere; per il poeta, infatti, trovare una parola significa, penetrare nel buio abissale di sé, ove poter attingere alle profondità archetipe, primigenie dell’essere.

 

Punto dì partenza di tale processo, ossia della poesia, è la disperazione, il dolore estremo: attraverso il quale, appunto, l’uomo può recuperare il sentimento elementare, originario, della sua condizione; e innalzarsi al divino, anche per mezzo dell’oggetto più comune.

 

Questa religiosità, in seguito, verrà da Ungaretti approfondita in più ampie meditazioni esistenziali, di cui sono testimonianza soprattutto alcune liriche della raccolta Sentimento del tempo, del 1933. Tra esse, particolarmente significativa risulta Senza più peso, nella quale “il dolore si rovescia in stupore e luce di tenerezza, entro un sentimento ilare della pietà e bontà di Dio espresse dall’innocente sorriso di un bimbo”. Leggiamola:

 

Per un Iddio che rida come un bimbo,

tanti gridi di passeri,

tante danze nei rami,

un’anima si fa senza più peso,

i prati hanno una tale tenerezza,

tale pudore negli occhi rivive,

le mani come foglie

s’incantano nell’aria…

chi teme più, chi giudica?

 

Con Ungaretti, comunque, il processo di introversione della lirica dei primi anni del Novecento (e del Frammentismo in particolare) trovò un compimento che – con definizione di Francesco Flora – raggiunse l'”ermetismo”, ossia una chiusura in cui la parola, come scrive Anceschi “perdette molto del suo spessore logico, si fece allusiva, evocativa, inquietamente sfuggente; cercò forme e sintesi indirette, simboliche, oscuramente rivelatrici”. Tutto questo, però, all’interno di una continua ricerca, volta sempre più a conciliare l’esperienza simbolista con la tradizione culturale italiana (tentativo non riuscito ai Vociani). Né si può dimenticare, infine, l’esperienza di Ungaretti come collaboratore della fiorentina Solaria (1926-1936) e, ancor prima, il suo confronto con La Ronda (1919-1923), rivista romana propugnante una sorta di neoclassicismo e una rigorosa attenzione alla forma e allo stile, quali criteri valutativi della poesia.

continua.

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