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wripainter – mia pittura e scrittura

Il senso del viaggio – parte tredicesima

  • L’ italiano del ‘700, esportatore d’ arte

Il tema del viaggio in Italia raggiunge il suo apice nel Settecento. Decaduto il prestigio politico dell’ Italia, il territorio italiano assume le caratteristiche di reperto archeologico. Non solo ad Ercolano, ad Agrigento o a Paestum, ma in tutti i suoi aspetti: nel suo paesaggio come nelle sue città e nella sua popolazione. L’ Italia diventa un luogo affascinante in quanto è decaduta; diventa una curiosità perché girare per l’ Italia è come girovagare per un negozio di antiquariato demodé e pieno di mistero.

“ molti viaggiatori venivano in Italia solo per vedere delle rovine; Roma, la capitale del mondo devastata dai barbari, era piena di rovine”

“Ci aggirammo tra le rovine della casa di Nerone, in mezzo ai campi di carciofi appena dissodati, e non potemmo fare a meno di riempirci le tasche di pezzi di granito e di porfido nonché di piastrelle di marmo che giacciono lì a migliaia, testimonianze inesauste  dell’ antico splendore delle pareti che ne erano rivestite.”[1]

Diventa a questo punto interessante andare a vedere dove vadano gli italiani in questo secolo; dove viaggino loro, dato che la meta l’ hanno in casa.

Un primo aspetto di viaggiatori italiani del ‘700 è sintetizzabile sotto la denominazione di memorialisti. A grandi linee il loro scopo è l’ esatto contrario del viaggio che abbiamo visto degli inglesi. Non è vedere ma è far vedere; non è guardare ma mostrare; non è ascoltare ma parlare, raccontare, stupire, dimostrare. Non si cerca, si porta; non si compra, si vende. I termini attanziali si rovesciano. Il viaggiatore italiano non va a cercare i paesi in cui viaggia, non ha una mèta precisa, ma tutta l’ Europa può diventare il suo punto d’ arrivo. In qualche modo porta l’ Italia dappertutto, diventa il simbolo dello Stato che rappresenta. Casanova è il nostro eroe. Da Benvenuto Cellini a Tiziano, da Boccherini, da Clementi, Juvara, Bibiena fino a Lorenzo da Ponte ad Alfieri, Goldoni, Baretti, Spallanzani, Algarotti, Bianconi o Verri – che sia Parigi, Vienna, la Russia, i Paesi del Nord, la Germania o il Portogallo – l’ italiano diventa una locandina pubblicitaria da guardare; offre la possibilità di conoscenza dell’ Italia per lo straniero che non si muove da casa.

La pastellista veneziana Rosalba Carrera si fa ammirare nelle corti occidentali, Tiepolo orna con i suoi affreschi i sofitti dei palazzi di Madrid e Wurzburg, i collezionisti inglesi si fanno a gara per Canaletto. Vivaldi, per primo, intraprende in piu’ occasioni il viaggio verso Dresda e Darmstadt, fino a Vienna. Domenico Scarlatti e Boccherini in Spagna; Porpora, Galuppi, Clementi in Gran Bratagna. Sarti a Copenaghen; Jommelli e Nardini a Stoccarda. Paisiello e Cimarosa a San Pietroburgo; Salieri viennese e Piccinni parigino. Vengono aperti in tutte le città i “teatri italiani”, dove si rappresentano le opere buffe di Locatelli e colleghi.

” Tu al gran giro dunque

t’ apparecchi? – Al gran giro. Io vedrò, spero

con diletto l’ Europa. – E con diletto

te l’ Europa vedrà”.

(Ippolito Pindemonte)

Gli italiani del ‘700 non cercano “se stessi” come faranno tra un secolo i romantici. La loro vita – Casanova ne è l’ esempio piu’ eclatante – diviene l’ apoteosi del giullare tra le corti, a suonare, dipingere, raccontare, mostrare, stupire. Il viaggiatore italiano diventa una fiera d’ europa che gira tra le città e le reggie, portandosi appresso la sua cultura e la sua nazione – per metterle in mostra, alla portata di tutti. In un’ epoca di smania girovaga anche coloro che rimanevano fissi nelle loro città reclamavano, in qualche modo, un surrogato delle delizie dei viaggi. Reclamavano racconti di forestieri, ed essi arrivavano; reclamavano le novità e i mercanti si davano da fare a portar tutto ciò che interessava; reclamavano stupori, e gli scrittori inventavano per loro. Reclamavano piaceri, ed ecco i teatri diventare luoghi coperti, comodi ed eleganti; reclamavano il poter girare la sera in sicurezza, ed ecco illuminarsi le città. Reclamavano paesaggi, ed ecco nascere i giardini (1635 anno del primo Jardin du Roi). Reclamavano racconti di viaggio e di paesi, ed ecco arrivare gli italiani.


[1] J.W.Goethe, op cit p. 30 e p. 152

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