Sandro's blog dal 2006

wripainter – mia pittura e scrittura

Il senso del viaggio – parte sesta

  • Missionari, viaggiatori.

In questi anni si mette a girare per il mondo anche la Compagnia di Gesù. Da un lato perché espulsa a ripetizione dagli stati d’ Europa (e che perciò si addentra a “viaggiare” nei meandri diplomatici del potere politico internazionale) dall’ altro, soprattutto, perché si butta nell’ impresa dell’ opera missionaria.

L’ atteggiamento missionario è in genere volto al cambiamento diretto di ciò che gli sta intorno; non ha l’atteggiamento passivo di chi subisce il fascino dello straniero; espone, non ascolta; non si incanta del nuovo, porta la sua fede da casa; non cerca, propone. Atteggiamento simile a quello coloniale del tempo – seppure in senso spirituale – proprio dell’ età moderna. L’ attenzione dei gesuiti è quella di “osservare” attenti a non lasciarsi sfuggire nulla, cogliere i mutamenti quando stanno-per-maturare e sono quindi ancora modificabili, non quando sono già maturati e non se ne può fare piu’ nulla. Baltasar Gracian alla corte di Spagna o Francesco Saverio nelle steppe d’ oriente, hanno un atteggiamento simile, pur nella diversità delle condizioni esterne. L’ esperienza fatta nel campo pedagogico-educativo (scuole e tutori) rende i gesuiti dei missionari disincantati, precisi e rigorosi.

Sopratutto si tratta di non farsi “prendere in giro”, di non essere sviati dalla verità, dalla giusta interpretazione. Tutti gli sforzi sono tesi all’ obiettività – caratteristica assolutamente moderna, lontana da quella medievale nella quale era Dio a riempire i vuoti e le imprecisioni umane. Recarsi in oriente, poi, vuole dire raddoppiare le attenzioni, poiché si ha a che fare con esotici bugiardi, astuti simulatori, superficiali, leggeri e sfuggenti idolatri. Un gesuita, mandato in missione in oriente, deve esprimere il meglio di se e raddoppiare le attenzioni collaudate insegnategli dal suo ordine religioso.

” Io non dirò cosa alcuna che non habbia veduto in persona … per non mandare al publico delle notizie false o dubbie. (…) Imperochè ognun sa, che gli orientali dicono le cose non già come sono in fatti, ma come si immaginano che si desidererebbe che fossero; e però non curano il contraddirsi, circa i fatti che hanno avanzato, purchè s’ accomodino al genio di chi gl’ interroga; anzi , sorpresi nella  contraddizione rispondono freddamente che poiché le cose le quali ci piacevano ieri ci dispiacciono oggi, questa essere la causa perché parlano altrimenti di quello (che) parlavano ieri”.[1]

Per essere mandati in oriente non basta la buona volontà, l’ ottima sopportazione fisica, il carattere retto e la fede sicura; ci vuole una qualità in piu’. La circospezione.

” Chi si dedica alle missioni dell’ India la virtù stessa (deve) essere in certo modo materia da temere” “Quanto agli abitatori, essi sono di colore olivigno e di statura ordinariamente al di sotto della mezzanità”.” Con si fatti temperamenti, ancorché il sole venga due volte l’ anno dritto a piombo sopra Malacca, nondimeno non v’ha sensibile differenza di estate e di verno, ma sempre una poco meno che invariabile equalità, senza eccesso di caldo e di freddo, vi si mantiene. Somigliante si può dire anche il genio e la natura degli abitatori. Tutto va in delizie e in piaceri di musiche e di odori, di portar la vita con grazia e di prender de’ diletti del senso quel che piu’ prò aversene…”.” Il genio dei paesani è piu’ che in niun altro clima dei paesi dell’ Oriente molle e donnesco”.” Predicarvi la fede, gli sarebbe paruto essere peggiore degli infedeli stessi”.[2]

Le valutazioni del missionario sono probabilmente diverse da quelle del viaggiatore: l’ atteggiamento missionario è attivo nei confronti dello sconosciuto, e volto alla modificazione. ( Curioso il fatto che il Dio dei miscredenti venga chiamato da Padre Bartoli “Confusio” invece di Confucio).

L’ atteggiamento del viaggiatore è invece passivo, volto all’ adeguamento di sè verso il nuovo, verso lo straniero. Il viaggiatore si mette in gioco, in balia degli eventi, scioglie le proprie attenzioni, le proprie riserve, si “lascia viaggiare”. Non porta con sè l’ esperienza, come il missionario, ma va a cercare l’ esperienza nuova, va ad acquisirla. I viaggiatori arabi, in questo senso, hanno da insegnare a chiunque l’ adattamento all’ esperienza esterna. Da Sindjbad delle Mille e una notte, al Libro dei Re di Firdusi, dal Sollazzo di chi brama correr le regioni di Al Edrisi a Kim, l’ indiano di Kipling, mettersi in viaggio è abbandonarsi all’ esperienza. Provarle tutte.

” Non c’è terra in cui non siamo penetrati, né minimo particolare che non abbiamo direttamente conosciuto… Non c’è stata biblioteca di sovrano che io non abbia frequentata, né scritti di setta che io non abbia sfogliato, né dottrina di scuola che io non abbia conosciuto, né devoti asceti cui io non mi sia frammischiato, né predicatori d’ una città alle cui prediche io non abbia assistito, sinchè non furon del tutto soddisfatti i miei desideri di conoscenza al riguardo. Sono stato chiamato e apostrofato con trentasei diverse denominazioni, cioè come gerosolimitano, palestinese, maghrebino, kurasanio, salamita, lettore cranico, giureconsulto, sufi e santo, devoto e asceta, cartolaio e legatore, predicatore e imàn, muèzzin e oratore sacro, forestiero e irakeno, baghdadino, siro, hanifita, scolare, inquilino, legista studente, esperto in successioni, professore, dottore, sheikh, presidente, cavaliere, ambasciatore. E tutto ciò per i diversi paesi in cui ho abitato, e i molti luoghi a cui sono arrivato. Inoltre non c’è stata avventura di quelle che capitano ai viaggiatori, e che io non abbia avuto a sperimentare, solo eccettuata la mendicità e il commettere peccato: sono stato infatti studioso  di diritto canonico e di lettere, asceta e devoto, insegnante di lettere e di diritto; ho predicato sui pulpiti, ho fatto l’ appello alla preghiera nei minareti e l’ ho diretta nelle moschee, ho concionato nelle moschee congregazionali, ho frequentato le mèdrese,; ho tenuto discorsi nelle asemblee e orazioni nelle dotte sedute. Ho mangiato il minestrone coi Sufi, la zuppa coi Dervisci, la polenta coi marinai. Sono stato scacciato la notte dalle moschee, ho vagato per le pianure, ho errato per i deserti. Ora sono stato sinceramente pio, e ora ho dovuto mangiare alla scoperta cibi legalmente proibiti. Ora mi sono accompagnato agli eremiti del Libano, e ora ho bazzicato i potenti; ho posseduto schiavi e ho dovuto portar ceste sul capo. Sono stato lì lì per far naufragio, e altre volte la mia carovana è stata assalita dai briganti. Ho fatto da servo ai giudici, e ho rivolto la parola ai sultani e ai visir.  Mi sono imbarcato per la via coi delinquenti, ho venduto le merci ai mercati, sono stato imprigionato e preso per spia. Ho visto sulle galere la guerra navale coi Rum, ho udito di notte suonar le campane del culto cristiano. Ho rilegato libri per mercede, ho comprato acqua a caro prezzo; ho viaggiato in lettiga e a cavallo, ho camminato tra i venti infuocati e le nevi. Sono stato fra i grandi alle corti dei re, e ho abitato tra l’ infima plebe nei quartieri dei tessitori. Quanto onori e quante distinzioni non ho avuto, quante volte non è stata attentata la mia vita! Sono stato pellegrino  e pio abitatore dei luoghi santi, combattente nella guerra santa e soldato alla frontiera. Ho bevuto alla Mecca il beverone di farina offerto in pia assistenza, e ho mangiato in convento pane e piselli; sono stato ospite di Abramo l’ amico di Dio ( nel santuario di Hebron) e ho consumato pasti presso il sicomoro di Ascalona. Ho indossato le vesti d’ onore conferite dai re, e ho avuto doni per gli ordini regali, mentre altre volte sono stato nudo e in miseria nera. I signori sono stati in corrispondenza con me, e i nobili mi hanno vituperato; mi sono stati presentati dei waqf, e ho dovuto inchinarmi a dei farabutti. Sono stato accusato di eresia e sospettato di cupidigia. Emiri e cadi mi hanno fatto loro fiduciario, sono entrato a parte dei testamenti e costituito loro esecutore. Ho provato le insidie dei borsaioli, ho conosciuto le dinastie dei camorristi, gli abbiatti mi hanno perseguitato, gli invidiosi mi hanno fatto la guerra. Sono stato denunziato ai Sultani. Sono entrato nei bagni di Tiberiade e nei castelli di Persia, ho visto la “festa della fontana” e quella di Santa Barbara, il pozzo di Buda’a (presso Medina) , la rocca di Giacobbe e le sue dipendenze, e tante altre cose consimili”. [3]

Dopo questo scatenato ricercatore d’ esperienze, ascoltatore delle diversità e delle differenze, all’ opposto andiamo a trovare un sedentario inamovibile, qualcuno che non viaggia affatto, né per convincere né per ascoltare; dopo missionari guardinghi scrutatori in giro per il mondo, dopo viaggiatori arabi a caccia di mille esperienze, troviamo qualcuno che non si mescola agli altri per provare le diversità; ma che esercita la fantasia, si lascia trasportare con l’immaginazione in lungo e in largo senza percorrere nessun territorio reale. Viaggiatore dell’immaginario che rimane sempre nei suoi comodi appartamenti a Ferrara.


[1] Padre Tachard: Il viaggio di Siam de’ Padri Gesuiti mandati dal Re di Francia all’ India e alla Cina, Milano, Agnelli,  1639, p. 323-4

[2] Daniello Batoli: Il Giappone e L’ Asia, in Trattatisti e narratori del ‘600, Milano-Napoli, Riciardi, 1960, p.397-376-370-372.

[3]

Al Muqqaddasi in Viaggiatori arabi a cura di F. Gabrieli, Firenze, Sansoni, 1975, p. 69-70-71

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