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wripainter – mia pittura e scrittura

Il senso del viaggio – parte seconda: carte geografiche medioevali.

Di Piero Crovetto.

  • Carte  geografiche medievali: immagini dell’ universo

Riccardo da Haldingam nel 1276 incominciò a disegnare il suo mappamondo, ora conservato nella Cattedrale di Hereford, a nord di Cardiff nel Regno Unito. Gli costò sette anni di lavoro, ben spesi visto l’ ottimo risultato raggiunto.

A prima vista, passati settecento anni e ormai abituati al rigore stilizzato di mappe, carte e atlanti, non lo definiremmo un “mappamondo”; appare infatti ben piu’ ricolmo e di oggetti strani e scompaginati che le nostre carte geografiche, scheletriche al paragone. Una mappae mundi medievale doveva rappresentare ben piu’ che contorni geografici, un certo numero di città, di montagne o fiumi; non era limitata alla geografia come descrizione quantitativa, era piuttosto una descrizione rappresentativa: doveva rappresentare “tutto” quello che c’ era nel mondo; non era uno schema, un modello, un’ astrazione teorica bensì una sintesi, una cosmologia.

Per disegnare un mappamondo così, sette anni non sono molti. Non bastava tracciare un reticolo cartesiano e procedere poi con le aggiunte di particolari, proporzionando ogni particolare al tutto, come si può fare ora aggiungendo scoperta a scoperta. Solo quando vi è stato un calcolo induttivo dell’ insieme si sono potuti supporre i famosi “spazi bianchi” di Jules Verne da andare ad esplorare e riempire sulle cartine, o i “blank spaces” di Conrad, entrambi ottocenteschi.[1] Nell’ antichità non era affatto così.

Innanzitutto non si trattava solo di “informare” riguardo alle conoscenze, ma contava anche  il modo con il quale lo si faceva. Non erano due discorsi separati; era un unico aspetto della questione. Non era sufficiente, per esempio, mettere un’ isola di dimensioni definite: e dentro poi, che ci si mette? E di che colore?

Approfondiamo questo punto delle isole, a titolo d’ esempio. Si sa che di isole ce ne sono un gran numero. Solimano, viaggiatore arabo del IX secolo aveva detto duemila; Tolomeo insisteva su milletrecentosessantotto isole. Marco Polo invece ne aveva viste dodicimilasettecento. Il numero preciso è evidentemente variabile; quello che è sicuro è che sono una grande quantità. Questo è un problema – cartograficamente parlando – perché le isole portano via spazio al mare, che deve essere sufficientemente grosso di per se ( si sa che il mare è enorme ) e inoltre deve contenere una certa quantità di pesci, qualche sirena e almeno alcune navi, qua e là. ( Tutte  difficoltà che dipendono dal solito problema della cosmologia: rappresentare “tutto”: se una cosa c’è, perché esiste o è stata inventata, come si fa ad escluderla?). Allora, tolta l’ isola della  Scotia e la Britannia, la Sardegna, la Sicilia e quelle importanti della Grecia, le altre isole si mettono tutte in basso, o verso Oriente: Serendyab (Ceylon), le Isole Fortunate, il Monte Calamita, Le Isole dei Beati, il Madagascar, ecc. Così non si porta via spazio utile e non si fa neppure torto a nessuno.

Consideriamo poi gli animali: si mettono di preferenza quelli strani, draghi, unicorni, giraffe; si possono tralasciare cani, cavalli e animali che tutti già conoscono. Vengono aggiunti poi uomini, bianchi, neri; apostoli, beati, cherubini, santi, martiri. Città in miniatura, fiumi e montagne a lisca di pesce. A grandi linee il lavoro è fatto. Manca ancora il Paradiso Terrestre, i simboli, alcuni nomi, Dio, poi altri particolari meno essenziali ed è finito. Intorno si può mettere una cornice con i quattro Evangelisti, oppure i Venti  a scelta personale.

Il reticolo non esiste. E’ il grande Fiume Oceano che corre intorno che delimita naturalmente i confini e le possibilità della mappa. La fantasia medievale si disegna con l’ assoluta libertà di spaziare tra i particolari compresi nel circolo di questo grande Fiume – che assume l’ aspetto di un Firmamento, terrestre ed escatologico – secondo i dettami dei Padri della Chiesa.

I dogmi a cui riferirsi nelle Scritture sono etici, anagogici. In questo caso etici non vuol dire spirituali quindi extrageografici; al contrario vuol dire geografici nella loro essenza piu’ intima – facendo tutto parte di una cosmologia che va oltre un atlante geografico terrestre. Una mappa non è soltanto “terrestre” perché non esiste uno spazio solo terrestre. Esiste uno Spazio, e questo è contemporaneamente terrestre e celeste. E’ il cosmo.

Ecco allora come in realtà la fantasia geografica medievale è sì smisurata  riguardo ai  fenomeni miracolosi, strabilianti ed esotici, ma si deve tenere fissa a dei punti precisi che sono appigli anagogici. Una cosmologia, biblicamente, può essere lussureggiante ma non può essere “illimitata”, ricca ma contenibile, smisurata ma entro i limiti che le figure rappresentano. Qualche esempio: il Paradiso Terrestre può essere grande o piccolo, ma l’ essenziale è che ci sia e che sia ad oriente. Il Tigri può essere piu’ lungo dell’ Eufrate, o piu’ corto – non fa molta differenza: importante è che siano entrambi vicino alla Terra promessa. Si procede così. Ciò che conta è il significato (spirituale) di un particolare (geografico). La rappresentazione è una strutturazione dello spazio, una disposizione di elementi, un arredamento interno. Il numero di ogni cosa è ideato a priori nella Creazione, è il Cosmo, ed è rappresentabile sul mappamondo come immagine dell’ Universo. Era tutto chiaro proprio in quanto c’ era tutto, onnicomprensivo.

Ecco perché, una volta fatto l’ inventario degli ingredienti che vanno messi in una mappa (il Medio Evo è pieno di bestiari, acquari, planetari, erbari, inventari di qualsiasi tipo ) disegnare significa raffigurare piu’ che informare: le informazioni sono già date, a priori, sono quelle da che mondo è mondo – per chiunque abbia un filo di timor di Dio; quello che esiste c’è dalla creazione. Si tratta solo di disporre, di farlo per bene e colorire.


[1] ” Una cosa è disegnare una carta a casaccio, metterci una scala qualsiasi in un angolo, e inventare una storia adatta a quelle dimensioni; un’ altra è dover … fare un inventario … e con un paio di bussole stilare faticosamente una mappa che rispetti quei dati .” R.L. Stevenson: Memoirs and Portraits and other Fragments, London,  Tusitala ed. Heinemann 1923-24; cit da Guido Fink in “L’ isola che non c’era” in Paragone n° 350, aprile 1979, p.10.

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