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wripainter – mia pittura e scrittura

Il senso del viaggio – parte quarta

  • L’ esotismo e Venezia

Dalla parte Est a Oriente l’ ultima terra è la piu’ misteriosa, la piu’ strana. L’ esotismo è relegato alla parte più lontana del mappamondo, ai bordi della carta geografica, in fondo a destra. In Oriente l’ India è capoclassifica di ogni vetrina dello stupore,  addirittura oltre la “fine del mondo”; esoticamente è al di là. ” L India si arricchisce di frequentatori come un mondo alla rovescia: già Plinio e Solino vi avevano collocato popoli strani e mostruosi. Laggiù, nascono animali assolutamente fantastici, si trovano pietre dotate di poteri strabilianti, come quella che permette di prevedere il futuro, o l’ altra che sana ogni malattia o che rende invisibili. E le piante vi sono abbondanti oltre misura lungo i quattro fiumi che non possono che scaturire dall’ Eden, il sospirato, l’ agognato, inseguito Paradiso Terrestre, che ogni viaggiatore, da quelli arabi ai mercanti occidentali, ricerca segretamente. San Brindano, lo sappiamo bene , mirerà all’ occidente, ma Marco Polo è sicuro che lo si possa trovare dalle parti di Cambalù… L’ India è la capitale delle mostruosità e delle meraviglie, è la terra privilegiata delle stramberie di natura, dei prodigi, delle  stupefazioni: pullulante museo dell’ orrore e degli splendori, laggiù conducono i passi degli esploratori, e quelli dei vecchi scrittori. Il monaco in silenzio trascrive e sogna”.[1] E da questo monaco a Emilio Salgari, cinque secoli dopo, il passo è ancora breve, il sogno è ancora lo stesso.

L ‘esotismo non nasce affatto sull’ immaginario; non nasce sulla favola o sulla fiction: è piuttosto la parte di favola della realtà stessa. Ci deve pure essere, nel mondo reale che è tanto grande, qualcosa che sia veramente diverso. Ebbene, c’è; questo è l’ esotismo. Le fiabe vivono in una sorte di endoterritorialità, indivisa; la geografia invece, demarcando, separando pone confini, e quindi crea nel reale geografico luoghi strani, lontani, carichi di mistero. Altri mondi addirittura.

” haverme meso a zerchar cose in diversi e nuovi luoghi che veramente e il viver e i costumi e i luoghi nostri in comparatione delle cose per me vedute e intese, altro mondo se poteria  chiamar di qua…”[2]

Non è facile raggiungere questo “altro mondo”. A partire dal settimo secolo era stato l’ Islam ad erigere una barriera tra occidente ed oriente: è da questa barriera che l’ India e la Cina si pongono come paesi irraggiungibili e di sogno. Donne bellissime in Oriente; Semiramide, Cleopatra; tesori favolosi, imperi da capogiro.

” regni in oriente sì remoti

ch’ a noi, che siamo in India, non son noti”

(Furioso, XV,27)

Il ponte di collegamento con l’ esotismo d’ oriente, trampolino di lancio con l’ Est- terra ricca di mercanzie e di essenze preziose – è Venezia, civiltà occidentale padana, bizantina e del Levante. Allo stesso tempo porto ricolmo di navi da trasporto come da guerra; di mercanti come di nunzi e ufficiali delle colonie.

Nel primo decennio del XIII secolo, perduta la Siria e la Palestina, i veneziani si erano impadroniti di quasi tutto l’ impero bizantino di cui ancora conservavano i luoghi strategici, porti, isole – anche dopo la cacciata da Bisanzio. E vi rimasero fino alla conquista turca (XVII-XVIII secolo). La barriera islamica tra occidente ed oriente estremo, ebbe anch’essa col tempo degli spiragli; stretti o larghi, in ogni modo sufficienti a lasciar passare qualcuno via terra – che fosse Marco Polo o il medico Filippo mandato nel 1177 da Alessandro III; Contarini o il francescano Pian del Carpine mandato nel 1245 da Innocenzo IV; Gugliemo di Rubruk o Pegolotti; Andrea di Longjneau o Giovanni da Montecorvino mandato nel 1285 da Onorio IV.

I buchi nella saracinesca dell’ Islam insomma non furono molti ma ci furono; e l’ immagine che il mondo occidentale si fece dell’ oriente esotico, abbiamo visto, fu delle piu’ eterogenee. Da Iside e Osiride, Eliogabalo, Sardanapalo e Astante si passa alle fantasie di Mandeville e alle piu’ ponderate relazioni del cavaliere bavarese Shiltberger (1394) fino, appunto, alle scettiche e smitizzate impressioni veneziane dei mercanti: guardinghi e senza entusiasmi fuori luogo. La pittura del tempo rappresenta appunto una Venezia ripiena di figure esotiche. Cappelli, drappi, vestiti, tappeti, motivi d’ oriente. E tutta questa mercanzia sembra avere acquisito il suo vero significato, la sua bellezza esotica e suadente, solo dopo aver passato le Dogane della Serenissima che finalmente li mette in giusta luce dopo averli dissepolti dal calderone confuso dei mercati dell’ Est.

Veneziano, naturalmente, l’ unico viaggiatore d’ eccezione che in pieno 1400 viaggia “a Sud”. Non sul Parallelo per la solita via d’ Est, ma bensì verso l’ incognito Sud-Ovest. Direzione contraria, originalissima, degna di un  portoghese piuttosto che di un veneziano di quel tempo che guardava a oriente con la stessa abitudinaria quotidianità con la quale un padovano guardava a Venezia. In effetti, nel 1454, ventiduenne, il giovane Alvise Ca da Mosto si imbarca su una caravella portoghese (piloti portoghesi) e con questa nave incomincia a bordeggiare la costa africana giu’ fino in Guinea.

” Essendo io Alvise Cha da Mosto stato el primo che della nostra nobil citade de Venezia sia demosso a navigar il mare Oceano di fuori de lo streto di Zibelter verso le parti di mezzodì mai piu’ per memoria né per scripture navigato nelle terre de’ Negri de la basa Ethyopia, in questo itinerario avendo visto molte cosse nove e degne de’ qualche notizia aziò che quelli che mi haranno a discendre possano intender…”[3]

E questo succedeva nello stesso anno della pace di Lodi che consacrava il ruolo preminente della Repubblica di Venezia in terraferma; e un anno dopo la presa di Costantinopoli a Levante. Le eccezioni di viaggiatori a Sud furono molto limitate. Antonio Malaparte e Benedetto Dei, ad esempio, si diressero verso l’ oasi di Timbuctu in Africa occidentale. Eppure l’ ombra di Enrico il Navigatore si aggirava ancora oltre lo stretto di Gibilterra, tanto che il giovane Alvise, amante di gesta e di avventure come il suo collega genovese Alfonso da Noli, non seppero resistere al fantasma che brillava al di là delle isole di Capo Verde. Degno, e altrettanto spericolato successore di Ca da Mosto, sui Meridiani, in direzione inversa, è Pietro Quarini. Quarini viaggia a Nord, incomprensibilmente; e va a far naufragio nel Mar Baltico.

Queste eccezioni segnano, in sostanza, una sorta di disagio. E’ il disagio della Repubblica di Venezia che, nonostante la supremazia ancora indiscussa sul Mediterraneo orientale, sente però sgretolarsi la ragnatela commerciale che aveva steso. Le ragioni sono molte. Il fatto principale è che nel giro di una generazione ( e precisamente quella di Ramusio: 1485-1577) la superficie del globo cambia volto. La supremazia sul Mediterraneo è ancora mantenuta da Venezia: ma ormai il Mediterraneo è fuori moda, è un ambito troppo stretto rispetto alle nuove rotte del commercio internazionale, i mercati spaziano al di là di Gibilterra e del Mar Rosso. I portoghesi sfrecciano a oriente sotto il Capo di Buona Speranza; Colombo scopre l’ America; incominciano a prender piede i disegni dei conquistadores; Orellana compie la traversata del continente americano nel senso dei Paralleli discendendo il Rio delle Amazzoni (1542). Insomma tutta una serie di avvenimenti ormai incontrollabili, inarrestabili, porteranno la Serenissima ad arroccarsi sempre piu’ verso i territori del vicino oriente ormai tagliati fuori, verso i suoi mercati passati di moda, e – piano piano – a rimanere dissanguata dalla spietata concorrenza internazionale.


[1] Corrado Bologna: Liber monstrorum de diversi generibus. Libro delle mirabili difformità. Milano, Bompiani, 1977, p. 10-11

[2] Alvise Ca da Mosto, cit. da Charles Verlinder ” Venise entre  mèditeranèe et atlantique” in Venezia centro di mediazione tra oriente e occidente a cura di Agostino Pertugi, Firenze Olschki 1977, p. 51

[3] Ca da Mosto secondo l’ edizione pubblicata dall’ Accademia Portuguese de Historia, 1948 p.3 e rivisto sulla base del testo pubblicato da Ramusio, op. cit. vol I , p.473

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