Sandro's blog dal 2006

wripainter – mia pittura e scrittura

Il senso del viaggio: parte diciasettesima

  • Viaggio senza ritorno

L’ outsider è colui che non ritorna per il semplice fatto che non è mai partito. Se se n’ era andato, non era per fare un viaggio, ma per fuggire per sempre, irrevocabilmente. Fuggire addirittura dal viaggio stesso.

Per un’ ultima volta ricolleghiamoci ad un aspetto ottocentesco che – sbalorditivamente – aveva già preannunciato e proiettato questa visione nuova: il viaggio come linea retta di fuga all’ orizzonte senza recupero, senza salvezza, senza acquisizione di esperienza, senza ritorno. E’ il percorso che ribalta il tema mitico del nostos verso la fuga senza fine. Il “viaggio” non inteso come circolo ma come linea diritta che si allontana sempre più verso l’ ignoto. Ignoto che non è più l’ altro da conoscere, ma fuoriesce da tutto e si astrae sempre più lontano all’ orizzonte. Non l’ ignoto dei colonialisti, l’ esotico di Loti, di Conrad, di D’Annunzio: è invece l’ avventura senza nostalgia, la fuga verso l’ assurdo; nessuna possibilità di sfruttamento, nessuno stupore, nessun rimpianto.

Milleottocentotrentotto: Gordon Pym di E. A.Poe, è già un viaggio senza ritorno ( come Le bateau ivre di Rimbaud o Anywhere out of the world di Baudelaire). Molti anni prima di Benito Cereno, Gordon Pym rompe il tema circolare della nostalgia e del lieto fine con ritorno. La direzione è Sud. Gordon parte da Boston chiuso nella stiva di una nave. Dopo l’ ammutinamento scarroccia per miglia alla deriva, sempre verso sud, e riesce a convincere il capitano a scendere in direzione Sud, scendere fino a puntare addirittura al Polo Antartico. “Il 21, il tempo essendo meraviglioso, rivolgemmo la prua a sud, decisi a spingerci su tale direzione più lontano che si poteva”. A un certo punto si passa il limite del freddo, e si incomincia a non trovare più ghiacci e icebergs; l’ acqua, a poco a poco, si fa più calda; la vegetazione – seppur di un altro mondo – ricomincia. Superata questa soglia il viaggio assume l’ aspetto di un risucchio incosciente verso il lontano, verso il Polo come nuovo mondo. Già nel Tamerlano di Marlowe risuonava una tradizione anglosassone di conquista: “noi intendiamo andare al Polo Antartico a conquistare gente che vive sotto di noi e guadagnarci una gloria quale nessun imperatore ebbe mai”.

“Tentare il ritorno verso il nord sarebbe stato follia, specie in un periodo così avanzato della stagione. Non ci restava dunque che una strada aperta ancora alla speranza, e arditamente puntammo la prua sul sud, dove almeno era probabile che scoprissimo altre isole, e che trovassimo un clima sempre piu’ dolce”.(E.A.Poe)

La temperatura si fa piu’ calda, si superano gli ostacoli piu’ neri e il viaggio senza ritorno irreversibilmente si avvicina sempre piu’ a quella bianca incredibile cortina appoggiata all’ orizzonte… E’ chiaro ormai lo spostamento del racconto verso il piano metaforico; è interessante notare che l’ avvio del viaggio senza ritorno, la decisione di prendere la linea retta verso l’ orizzonte Sud, è una decisione già “novecentesca”, da outsider, da fuga senza fine.

Facciamo un passo ancora più in là della fuga ed arriviamo all’ evacuazione. Rotto ormai il tema del ritorno, l’ evacuazione diventa, paradossalmente rispetto alla fuga, una possibilità di nuovo inizio, una possibilità di ricominciare da un’ altra parte, una chance ulteriore. E’ l’ esempio dei profughi. Una evacuazione imposta può apparire ai profughi scampati migliore del rimpatrio al paese d’ origine. Ritornare “dopo” infatti significa constatare la delusione, ritrovarsi disillusi senza più niente in mano – e neppure la fuga come ulteriore possibilità. Questa, la triste realtà di una saga che non si conclude più con un perdono, di un viaggio che non si conclude più con un ritorno. Siamo in pieno ‘900 ormai.

“ I figli che tornano, tornano in terra straniera, ove non trovano più nulla perché tutto è stato loro tolto dai padri colpevoli d’ averli mandati in guerra. I figli sono caduti a Cartagine e i padri sopravvissuti hanno rubato loro ogni bene, hanno procreato figli con donne che erano loro destinate. I reduci si sentono fremd”, stranieri a casa, tornati dal regno delle ombre”.[1]

La sfiducia nichilista ha esaurito anche il viaggio sul Parallelo verso Ovest come possibilità verso il futuro; si è rifugiata nel lasciarsi trascinare alla deriva, in qualsiasi direzione poichè non si controlla più il percorso ma ci si lascia andare come guidati da una corrente esterna. Le vecchie e nuove utopie cadranno sotto i colpi della duplice guerra (Woyzek, scritto da un fuggiasco di battaglia, era stato con Gordon Pym un’ opera ripiena delle inquietudini e colma dei temi di un secolo posteriore). Il vagabondo non ha più direzione, soprattutto non la cerca più, l’ esperienza nuova non lo interessa, non lo affascina, gli è estranea. Indifferente ai Meridiani e al fascino dei Tropici, parte, torna (casualmente), si estranea, si sposta; fuga senza fine.

“ C’ era un’ infinità di scappatoie… Gli uni si recavano a chiedere a Dio e ai suoi preti di accoglierli… Altri, arsi fin nella pelle dalle luci di Parigi, si abituavano a morire in certi buchi.[…].Restava la fuga.”

“Ci avevano abituati a pensare all’ Oriente come al contrario dell’ Occidente: allora dal momento che la caduta e la putrefazione dell’ Europa erano fatti assolutamente semplici, chiari, distinti, la rinascita e la rifioritura dell’ Oriente appartenevano, non meno di quelli, all’ ordine delle cose evidenti. L’ Oriente racchiudeva la salvezza e la nuova vita degli europei… La Cina sembrava più affascinante a noi che a Marco Polo… E c’ era anche l’ America. L’ Europa, con il suo magro insieme di terre la sua povertà di uomini e di petrolio, la sua miseria d’ eventi, pareva una vecchia agonizzante fra due eroine: l’ Asia eroina della saggezza; l’ America, eroina della potenza”.[2]

In realtà anche questi ultimi nostalgici ‘parallelismi’ cadono come dei falsi veli di Maya, cadono come illusioni ultime e disperate. Quella che si è venuta a formare è una rosa dei venti che parrebbe indicare ogni direzione ma che in realtà schiaccia ogni anelito sotto il suo peso: si può andare dove si vuole, gli agi della tecnologia lo permettono, ma in realtà non si vuole andare da nessuna parte poiché  è diventato assolutamente inutile farlo. “ Ritorno, stavo per dire risalgo. Crediamo di pensare all’ universo e non pensiamo che alle carte geografiche, e per passare dal Sud al Nord  leggiamo il mappamondo dal basso in alto” [3]

La rosa dei venti, l’ esplosione pirotecnica delle direzioni ha in realtà soppresso la concezione qualitativa del viaggio. Un fuoco d’ artificio di mete possibili dove non si vuole più andare. E’ il viaggio svuotato di senso. Non è più una ricerca o una inchiesta. Non è più esperienza. Fine del Romanzo, fine del raccontare, del dipingere, del narrare. Finito il tempo dell’ eroe dai mille volti, il tempo della partenza del cavalier cortese, del viaggio come esperienza che possa essere comunicata, raccontata, raffigurata, tramandata. Quando non lo si può più dire significa che il viaggio non lo si può più fare, che non ha più “senso”; che  non è più esperienza, che non è più conoscenza del nuovo e quindi non ha più significato. Finito il “senso” del viaggio.

“ L’ arte del narrare si avvia al tramonto. Capita sempre più di rado d’ incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’ imbarazzo si diffonde sempre più quando, in una compagnia, c’è chi vorrebbe sentirsi raccontare una storia. E’ come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze.

Una causa di questo fenomeno è evidente: le azioni dell’ esperienza sono cadute. […]. Con la guerra mondiale cominciò a manifestarsi un processo che da allora non si è più arrestato. Non si era visto, alla fine della guerra, che la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca ma più povera di esperienza comunicabile?[4]


[1] Claudio Magris, Lontano da dove, Torino, Einaudi, 1971,p.27

[2] Paul Nizan, Aden Arabia, (1932)  Roma, Savelli 1978, p.27

[3] ivi, p.165

[4] Walter Benjamin: “Il  narratore”, Introduzione  a Nikolay Leskov: Il viaggiatore incantato, Torino Einaudi 1967 p. VII-VIII ( e pubblicato anche nella raccolte Angelus Novus)

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