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Il senso del viaggio: esperienze. parte ventisettesima

  • Progetto di viaggio (da Umano troppo umano di F. Nietzsche)

“Certo in contrade remote, in vallate montane e meno conosciute, un venerabile campione di un sentimento molto più antico si è potuto più facilmente conservare, e qui deve essere rintracciato: mentre è per esempio improbabile fare tali scoperte a Berlino, dove l’ uomo viene al mondo svuotato ed insensibile. Chi, dopo lunga esercitazione in quest’ arte del viaggiare, è diventato un Argo dai cento occhi, accompagnerà alla fine dappertutto la sua Io – voglio dire il suo ego – e riscoprirà, in Egitto e in Grecia, in Bisanzio e in Roma, in Francia e in Germania, nel tempo dei popoli nomadi o di quelli stabili, nel Rinascimento o nella Riforma, in patria e all’ estero, anzi in mare, bosco, pianta e montagna, le avventure di viaggio di questo ego divenente e trasformato. Così la conoscenza di se diventa conoscenza del tutto in relazione a tutto il passato” (Nietzsche)[1]

Ricordate l’ inizio del “Prato di Bezîn” nelle Memorie di un cacciatore di Turgeniev? Nel distretto di Cernsk, nella provincia di Tula, al calar della sera d’ una afosa giornata estiva, il protagonista, dopo la caccia, stanco, decide di rientrare verso i suoi possedimenti – e invece si perde. A poco a poco si addentra sempre più in luoghi sconosciuti, senza riuscire a venirne fuori: senza nemmeno più capire dove si trovi. Cammina, tra cespugli e boschi, sempre più stanco. Finalmente ( ormai è notte) giunge in vista di un luogo conosciuto: il prato detto “di Bezîn”. A questo punto incontra cinque ragazzi che stanno intorno al fuoco a parlare e scaldarsi, e decide di bivaccare lì per la notte. (Solo da ora incomincia il racconto vero e proprio). I ragazzi parlano, raccontano, si dicono le loro cose; e il protagonista li ascolta, alla luce del fuoco, fino a che fa notte, inoltrata; fino all’ alba…

Ciò che è eliminato da questa narrazione è il pathos avventuroso della vicenda; il fatto di perdersi non porta ad un’ ansia avventurosa, bensì al lasciarsi andare fino a scoprire per caso il luogo della propria notte; non c’è avventura nel vagare per il bosco ma soltanto un lasciar posto ad uno svolgersi dell’ evento, così come il mare o l’ Egitto o Bisanzio del viaggiatore di Nietzsche. Si viene a far parte, in qualche modo, del paesaggio che si percorre creando un legame tra sè ed il paesaggio intorno facendo così risonare la cassa armonica del proprio passato e del ricordo. Il passato e il paesaggio divengono parte del “tutto” che comprende in sè la novità della situazione. Il viaggio  riscopre i luoghi ( il prato, Bisanzio, Roma) e i tempi trascorsi ( ricordi di gioventù, Rinascimento e Riforma) divenendo l’ esperienza di un “Argo dai cento occhi” che, come all’ esterno, sa vedere anche dentro di sè.

  • Smarrimento nella notte

Il cacciatore di Turgeniev, perdendosi, invece che uscire dalla boscaglia vi si addentra sempre più. Unito allo smarrimento  per il fatto che non riesce a tornare sui propri passi vi è un processo emergente di un nuovo senso del paesaggio e anche del ricordo. Una sorta di “trasfigurazione” che lo porta al bivacco dei cinque ragazzi come “svuotato” di se stesso, svuotato del senso di necessità che il quotidiano implica nel fatto consueto e necessario del rientrare alla propria casa per la notte. Morto, esaurito questo stato di necessità ( come per gli abitanti di Berlino di Nietzsche), quella che si apre ora è la fase nuova di “rinascita”, il mondo nuovo che sorge nella notte con i cinque ragazzi intorno al fuoco. Sotto le stelle, nella notte, i normali ed abitudinari punti di riferimento del vecchio mondo cadono, sono sostituiti. Lo smarrimento geografico diventa lo smarrimento dei vecchi sensi: non si trova  più la strada e ciò che si smarrisce è anche una parte di sé: non ci si raccapezza più sulla via da percorrere e ciò che si perde è l’ abituale percezione della realtà. Gli appigli quotidiani di significato vengono sostituiti da altri nuovi, dirompenti. Questo momento è quello della perdita dei punti di riferimento ( sia geografici che di concezione del mondo e di sè) che dà luogo allo svelamento di segni nuovi.

“deve esserci in lui qualcosa di errabondo, che trovi la sua gioia nel mutamento e nella transitorietà. Certo per un tal uomo verranno cattive nottate, in cui sarà stanco e troverà chiusa la porta della città che doveva offrirgli riposo; forse, ancora, come in oriente, il deserto arriverà fino alla porta, e gli animali da preda gli ululeranno ora da lungi ora da presso, e si leverà un forte vento, e i predoni gli porteranno via gli animali da tiro. Allora la terribile notte calerà veramente per lui, come un secondo deserto sul deserto, e il suo cuore sarà stanco di errare. Ma quando poi sorgerà per lui il sole del mattino, rutilante come una divinità della collera, quando la città si aprirà, vedrà sulle facce dei suoi abitanti forse ancora più deserto, sozzura, inganno e incertezza che fuori la porta – e il giorno sarà quasi peggio della notte. Così potrà ben accadere un giorno al viandante; ma poi verranno come ricompensa i deliziosi mattini di altre contrade e di altre giornate, in cui, … egli passeggerà sotto gli alberi, gli cadranno intorno dalle cime e dai recessi del fogliame solo cose buone e chiare, i doni di tutti quegli spiriti liberi che abitano sul monte, nel bosco e nella solitudine, e che, simili a lui, nella loro maniera ora gioiosa e ora meditabonda, sono viandanti…”.[2]

Attorno al fuoco, nell’ inconsueta situazione di trovarsi in un paesaggio sconosciuto e rimanere fuori a dormire all’ adiaccio, ciò che prende piede è una nuova coscienza, è il “mattino di un’ altra contrada”. Questo mattino di un’altra contrada è la trasformazione della propria identità, un nuovo concetto dell’ io.[3]

Il contesto che rende possibile questo nuovo senso ( al tempo stesso antico e nuovo, “venerabile campione di sentimenti molto più antichi” ma che “qui deve essere rintracciato”, dice Nietzsche) è quello di perdere una parte di sè, di lasciarsi andare.

“Perdere se stessi. Una volta che si sia trovato se stesso, bisogna essere capace di tempo in tempo di perdersi – e poi di ritrovarsi…”.[4]

  • La perdita

Il bisogno di mutazione è la rinascita su ciò che si perde e che ci si lascia alle spalle.

Non si viaggia per sapere qualcosa, per verificare qualcosa che si sapeva già, per guardare vive le cartoline che si sono viste. Il viaggio è ciò in cui non si ha niente da accumulare in cui c’è solo da perdere; la spoliazione è la premessa, la possibilità unica di incontro col nuovo e di una nuova esperienza.

“Il viaggio spoglia il viaggiatore delle associazioni, delle sicurezze, delle identità. Semplifica i complessi rapporti fissati nel luogo ed è un modo di lasciarsi alle spalle molto di ciò che si identifica con la civiltà: le origini, i riconoscimenti e i rapporti istituzionalizzati, gli annessi e connessi dell’ io e dell’ identità … i benefici e le trasformazioni del viaggio hanno alla propria origine una perdita (…). La modernità – nelle sue forme europee – è stata interpretata in questa sede come la raggiunta autocoscienza della psiche del viaggiatore; questa coscienza si impernia sull’ enigma fondamentale che sta al centro delle trasformazioni del viaggio, dove l’ oggettività è la conseguenza di una perdita di identità. Ma questo concetto della perdita che è guadagno non è soltanto occidentale e lo si ritrova in altre tradizioni culturali dove si pensa che il viaggio purifichi il viaggiatore da legami estranei che interferiscono con la sua unione con la natura”[5]

Il viaggiatore che torna dal suo itinerario porta con se le novità raccolte: ha lasciato nel corso del cammino le sue antiche certezze, ha perso i suoi punti di riferimento per acquisirne di nuovi. Quando ritorna alla sua casa il viaggiatore è mutato, e ritrova con fatica i segni dei riferimenti antichi. Per questo al suo ritorno “trova chiusa la porta della citta…e la terribile notte cala veramente per lui” come dice Nietzsche. Se il viaggiatore al suo ritorno rimane solo – se nessuna Penelope, se nessuna donna potrà mediare il suo re-inserimento alla società d’ origine, – allora questo viaggiatore resterà sulla porta della antica città e vedrà, con i nuovi occhi della conoscenza acquisita nel cammino, “deserto, sozzura e inganno” nei volti dei  parenti e concittadini che non lo riconosceranno. (pensiamo a Robert DeNiro nel film Il Cacciatore).

Durante il viaggio il momento della trasformazione dei propri codici di conoscenza da quelli antichi a quelli nuovi – come il periodo della muta – è il più delicato, il più vulnerabile da parte del viaggiatore. E’ nel momento in cui si perde qualcosa per aprirsi al nuovo che i meccanismi di difesa sono più labili, quando si lascia la vecchia certezza e il nuovo segreto non è ancora apparso, ancora trovato.

Chiunque abbia letto i viaggi di iniziazione, sa che iniziazione non vuol dire affatto iniziazione ad un sapere; iniziazione vuol dire liberarsi del sapere di prima per iniziarsi ad un segreto nuovo, segreto che poi è riconosciuto in un secondo tempo con il ricordo. Il cacciatore di Turgenev, lasciatosi andare all’ esperienza nuova, ritrova la memoria lontana proprio mentre osserva la luce del fuoco del bivacco, e questa stessa memoria gli presenta luoghi nuovi che si disegnano nel bosco, sotto le stelle, in una calda nottata russa di provincia. In questo modo discreto riesce a far emergere ciò che non è evidente, a vedere il significato prezioso che sta dietro un diverso rapporto dello spazio e del tempo.

Nietzsche racconta che il viaggiatore diventa esperto quando, come un Argo dai cento occhi, accompagna dappertutto la sua Io, intesa non come l’ amante infedele di Zeus ma come il suo Ego, come il suo progetto di viaggio, la sua trasformazione. Non si lascia depistare o attrarre dalle seduzioni di infedeltà delle Io durante il cammino, e mantiene la rotta originaria del viaggio che lo porta alla “conoscenza di se in relazione a tutto il passato”. Viaggia. Finalmente viaggia.


[1] Friedric Nietzsche: Umano, troppo umano(1876-78) Milano, Adelphi 1967, vol.II -223, p. 86

[2] ivi, vol. I -638, p. 304

[3] “Il viaggiatore deve essere se stesso, agli occhi degli uomini, un uomo degno di vivere sotto la volta del cielo di Dio, anche se non avesse religione: è colui che ha un cuore umano pulito e paziente sotto il suo cilicio; ciò basta, e anche se la strada è piena di mali, può viaggiare fino ai limiti estremi del mondo” Charles M. Doughty: Travels in Arabia Deserta, Londra, Jonathan cape, 1923, I, p. 56

[4]F. Nietzsche: op.cit, vol II -306, p.256

[5] E. Leeds, op. cit. p. 324-325

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