Sandro's blog dal 2006

wripainter – mia pittura e scrittura

Il senso del viaggio: esperienze. parte ventiquattresima

  • L’ uomo nuovo (da Tristi Tropici di C. Levi-Strauss)
  • Ricordi francesi in Brasile

“Una tappa del viaggio era stata particolarmente scoraggiante: quella di Campos Novos. Separato dai miei compagni dall’ epidemia che li immobilizzava a 80 chilometri indietro, non potevo far altro che aspettarli, al margine dell’ accampamento dove una dozzina di persone morivano di malaria, di lesmaniosi, di anchilostomiasi e soprattutto di fame. (…) Avevo lasciato la Francia da quasi cinque anni, avevo abbandonato la mia carriera universitaria; durante questo tempo i miei compagni più saggi erano andati avanti; quelli che, come me un tempo, avevano tendenze per la politica, erano oggi deputati e quanto prima sarebbero stati ministri. E io invece correvo i deserti, perseguendo relitti di umanità. Chi, o che cosa aveva dunque fatto esplodere il corso normale della mia vita? Era stato uno stratagemma, un abile raggiro, che mi avrebbe permesso di reintegrare la mia carriera con vantaggi supplementari dei quali si sarebbe tenuto conto? Oppure la mia decisione esprimeva una incompatibilità profonda nei confronti del gruppo sociale da cui, qualunque cosa accadesse, avrei dovuto isolarmi sempre di più?  Invece di aprirmi un universo nuovo, per un singolare paradosso, la mia vita avventurosa mi restituiva piuttosto il vecchio, mentre quello a cui avevo aspirato si dissolveva tra le dita. Tanto più gli uomini e il paesaggio alla conquista dei quali ero partito perdevano, a possederli, il significato che me ne aspettavo, tanto più a queste immagini deludenti, anche se reali, se ne sostituivano altre, tenute in riserva dal mio passato e alle quali non avevo attribuito alcun valore quando appartenevano ancora al mondo che mi circondava.  Viaggiando per paesi che pochi occhi avevano contemplato, dividendo l’ esistenza di popoli la cui miseria era il prezzo – da essi pagato per primi – perch’io potessi risalire il corso dei millenni, non scorgevo più né gli uni né gli altri, ma solo visioni fugaci della campagna francese che mi ero negata, o frammenti di musica o di poesia che erano l’ espressione più convenzionale d’ una civiltà contro la quale avevo optato, e dovevo persuadermene, per non correre il rischio di smentire il senso che avevo dato alla mia vita. Per settimane, su quell’ altipiano del Mato Grosso occidentale, ero stato ossessionato, non da ciò che mi circondava e che non avrei rivisto mai più, ma da una melodia nota e arcinota e che il mio ricordo impoveriva maggiormente: lo Studio n° 3 op. 10 di Chopin, nella quale mi sembrava, per una derisione alla cui amarezza ero ancora sensibile, che si riassumesse tutto ciò che avevo lasciato dietro di me”.[1]

La situazione geografica è chiara. Levi-Strauss è rimasto isolato in un avamposto in Brasile, lontano dai suoi colleghi di spedizione e da qualsiasi centro abitato. Unici compagni, gli indigeni di una tribù malata, poveri, in via dì estinzione; relitti d’ umanità.

Ecco che a poco a poco nei pensieri del viaggiatore si opera un capovolgimento, la realtà dello spazio intorno viene a riflettere un mondo inaspettato. Il paesaggio impervio, – deserto, caldo, acqua sporca, insetti, indigeni imprevedibili – è proiettato dal viaggiatore nel ricordo, nel suo passato. La sensazione è quella di uno spaesamento tale che il paesaggio intorno “non esiste più”; la propria vita passata diventa un richiamo che si annuncia come un rintocco lontano, un risonare ossessivo; immagini e ricordi si fondono in un’ unica emozione esprimibile solo in forma musicale. L’ emozione del viaggio si trasforma così in un miraggio; il protagonista si distacca dalla realtà circostante per avvinghiarsi ad un ricordo. Pure questa sensazione non è di abbandono sognante, di rèverie, bensì una ricerca faticosa che si opera con sforzo, con determinazione.

“ Occupato più a risolvere questo problema che a consacrarmi alle osservazioni…”

Tutta la nostra attenzione è rivolta a quel suono lontano, a quell’ idea soffusa e indimenticabile che si profila all’ orizzonte. Quest’ immagine che ipnotizza si impone al di sopra del paesaggio e della realtà; il viaggiatore subisce l’ immagine ( dello spazio) e il ricordo ( del tempo) di fronte a un segno segreto da svelare, un inciso da cogliere .

“…non scorgevo più né gli uni né gli altri ma solo visioni fugaci della campagna francese … frammenti di musica o di poesia…”

Il termine spaziale di questa ricerca è il deserto del Mato Grosso, che diventa la possibilità di comprendere un brano musicale ascoltato in un tempo passato. Il termine temporale è la frase dello Studio di Chopin che risuona in mezzo alle dune di sabbia. L’ analogia dei due termini è trovata per caso, non cercata (nessuno va in Mato Grosso per comprendere gli Studi per pianoforte). I due termini, Chopin e il Mato Grosso, sono così distanti tra loro che un viaggio soltanto li può ricucire. Proseguiamo nella citazione di Levi-Strauss per seguire la ricerca dello svelamento di un particolare brano musicale che diventa il motivo di tutto il viaggio; il ritorno al pezzo di Chopin che diventa un senso del viaggio.

“Perché proprio Chopin, verso il quale i miei gusti non avevano mai particolarmente inclinato? Educato nel culto di Wagner, avevo scoperto Dèbussy di recente. Persino dopo che le Nozze, ascoltate alla seconda o terza rappresentazione, mi avessero rivelato in Strawinskij un mondo che mi sembrava più reale che le savane del Brasile centrale, facendo crollare il mio precedente universo musicale. Ma nel momento in cui lasciai la Francia era in Pelleàs che trovavo un nutrimento spirituale di cui avevo bisogno; perché dunque Chopin e addirittura la sua opera più  banale mi si imponevano nel deserto? Occupato più a risolvere questo problema che a consacrarmi alle osservazioni che mi avrebbero giustificato, mi dicevo che la progressione del passaggio da Chopin a Dèbussy forse si amplifica quando si verifica in senso inverso. Le delizie che mi facevano peferire Dèbussy le gustavo ora in Chopin, ma sotto una forma implicita ancora incerta, e così discreta che non le avevo percepite prima, essendo stato attratto dalla loro manifestazione più ostensibile. Compivo un duplice progresso: approfondendo l’ opera del compositore più vecchio gli riconoscevo bellezze destinate a rimanere nascoste per chi non avesse conosciuto Debussy. Chopin mi piaceva per eccesso, e non per difetto come fanno coloro per i quali l’ evoluzione musicale si è fermata a lui. D’ altra parte, per favorire in me il sorgere di certe emozioni, non avevo più bisogno dello stimolo completo: il segno, l’ allusione, il presentimento di certe forme erano sufficienti.

Un passo dopo l’ altro, la stessa frase melodica risuonava nella mia memoria senza che potessi liberarmene. E vi scoprivo continuamente nuovi incanti. (…) ascoltandola, gli sviluppi anteriori si illuminavano di un senso nuovo: la loro ricerca non era più arbitraria, bensì la preparazione di questa conclusione inaspettata. Era dunque questo il viaggiare? Un’ esplorazione dei deserti della memoria piuttosto di quelli che mi circondavano?”[2]

  • La seconda volta

Il viaggio permette di ritrovare, una seconda volta, qualcosa di già conosciuto, arricchendolo delle esperienze accumulate nel tempo intercorso. Il momento del passato che ritorna come segno è ora ritrovato come esperienza di conoscenza rispetto alla prima volta. Questo rivenire delle cose è un’ esperienza più ricca della precedente nella quale le abbiamo incontrate, e ci permette di cogliere le allusioni, i rimandi, i segreti nascosti alla prima volta. La ricerca nella memoria è agevolata dal contesto spaziale che ci circonda ed ecco il luogo d’ eccellenza per la ricerca: il deserto, il luogo tipico della prova.

Dalle Tentazioni nel Nuovo Testamento fino al Romanticismo, sole, sabbia, vento, solitudine, isolamento: il deserto è il luogo dove c’è l’ ingaggio, la prova, la manutenzione di se stessi, il luogo della rimessa a punto dell’ esperienza, luogo che aiuta perché scarnifica, distilla, porta all’ essenza delle cose. Qui il miraggio di un’ esperienza passata diventa un senso retrospettivo a tutta la ricerca, a tutto il viaggio. Il segreto del rivenire diventa il ritorno alle cose per riviverne il loro segreto.

“ Ciò che abbellisce il deserto” disse il piccolo principe “ è che nasconde un pozzo in qualche luogo”. Fui sorpreso di capire d’ un tratto quella misteriosa irradiazione della sabbia antica. Quando ero piccolo abitavo in una casa antica, e la leggenda raccontava che c’ era un tesoro nascosto. Naturalmente nessuno ha mai potuto scoprirlo, né forse l’ha mai cercato. Eppure incantava tutta la casa. La mia casa nascondeva un segreto nel profondo del suo cuore…”[3]

Si viaggia per trovare questo segreto, in una nostra memoria antica. Girando il mondo può capitare di trovare questo segno nascosto in qualche immagine del paesaggio che risuona come differenza nelle immagini della nostra memoria. Questo riscatta l’ esperienza del viaggio dalle alternative di chi – rimasto in Francia, è “oggi deputato e quanto prima sarebbe stato ministro”. Il rientro dal Brasile è il rientro del diverso, di colui che è cambiato, l’ eroe che ha visto il nuovo, portatore di novità.

  • Il reinserimento dell’ eroe

Il protagonista quando torna dal suo viaggio è diverso perchè ha acquisito esperienze che hanno mutato la sua identità sociale e la sua percezione della società. L’ eroe è cambiato, come è cambiata per lui la sua società d’ appartenenza, il suo clan; questo per il fatto stesso che se n’è allontanato ed ha vissuto esperienze diverse e mondi nuovi durante il suo viaggio. Ora, ritornato, come può avvenire il meccanismo di re-inserimento nella sua società di partenza? Come può il nostro viaggiatore rientrare nel suo clan originario? Come può semplicemente rifluire nei ranghi da cui proveniva? Il ritorno dell’ eroe pone molti dubbi anche alla sua gente, ai suoi vecchi amici e parenti; le novità ed i cambiamenti apportati dal suo ritorno mettono in discussione lo stato stesso del clan. Chi ritorna è forse diventato straniero? Ha forse cambiato i modelli codificati ed abituali? E’ apportatore di pericolose novità e cambiamenti sconosciuti? (Nella cinematografia questo è un tema lungamente percorso: pensiamo al tema del ritorno dal Vietnam, per fare un solo esempio utilizzatissimo).

Il possibile re-inserimento non è un meccanismo scontato, le procedure di riqualificazione hanno bisogno di passi precisi di incorporamento. Il meccanismo attraverso il quale l’ eroe attua il suo reinserimento nella società è quello che passa attraverso la donna. La donna, nella mitologia e nella letteratura non viaggia, bensì attende l’ arrivo dell’ uomo che ha compiuto il cammino; lei aspetta il suo viaggiatore alla destinazione per mediare il suo reinserimento. Senza la donna diventa difficile la reintroduzione nel clan d’ appartenenza. Il ruolo femminile è quello della mediazione per il reingresso dell’ eroe dopo il viaggio. Le novità e le differenze portate dal viaggiatore devono essere accettate e inglobate dal clan: la donna ricrea la simbiosi tra l’ uomo e il luogo fisico, reintroducendolo nei rapporti di parentela del clan locale, facendolo riaccettare. Nell’ atto sessuale il seme dell’ uomo vive la mobilità del percorso, mentre l’ ovulo femminile lo attende; l’ uomo esaurisce il suo compito nell’ arrivare a destinazione, e poi si annulla nella donna che incomincia invece qui la sua lunga genesi di costruzione biologica. Così nel viaggio il ruolo della donna è l’ attesa per la ricostruzione, per il reinserimento: Penelope ne è l’ archetipo. Nel poema antico il comportamento d’ attesa della donna è silente, quando non addirittura di pianto silenzioso. Il silenzio è associato al ruolo di moglie e di attesa, così come la spoliazione e la perdita è associata al ruolo del viaggiatore.

  • La tentazione

Curioso che, durante il viaggio, troviamo anche un ruolo femminile attivo, che si fa sentire, che tenta di catturare il viaggiatore: è il ruolo della donna diversa, etèra, tentatrice, amante. Questa donna canta, non tace come la moglie in attesa. La donna seduttrice non viaggia ma è ‘durante’ il viaggio dell’ eroe, e tenta di fermarlo, di arrestarlo presso di se, di farlo proprio incorporandolo nel territorio che attraversa. Le Sirene cantano, per attrarre; trasmettono la passione, il loro canto è un invito. Donne pericolose, dalle quali diffidare, dalle quali guardarsi. Donne che prendono iniziative, che suscitano il desiderio al di fuori dei luoghi fisici e istituzionali come il matrimonio[4]

L’ iniziativa delle donne seduttrici durante il viaggio mette addirittura a rischio il ritorno del viaggiatore. Come Circe e Calipso nell’ Odissea, così Alcina nel nostro Orlando Furioso

“…uscimmo una mattina

sopra la bella spiaggia, ove un castello

siede sul mar, de la possente Alcina.

Trovammo lei ch’ uscita era di quello,

e stava sola in ripa alla marina;

e senza rete e senza amo traea

tutti li pesci al lito, che volea.

Ci venne incontra con allegra faccia,

con modi graziosi e riverenti,

E volendo vedere una sirena

Che col suo dolce canto acheta il mare

Alcina in gran delizie mi tenea,

e del mio amore ardeva tutta quanta…

né di Francia né d’ altro mi rimembra”

(Furioso, VI, 35-47)

La tentatrice è colei che, attirandolo col canto, può far interrompere il viaggio dell’ eroe facendogli dimenticare il passato, incorporandolo in una tappa intermedia attraverso la seduzione e la promessa d’ un periodo meraviglioso, spensierato. Pensiamo ad Ulisse nella meravigliosa isola di Ogigia, con la bellissima Calipso dai riccioli d’ oro, per lunghi sette anni. Un periodo deresponsabilizzato nel luogo estraneo a quello familiare. In questo caso la donna può riempire il vuoto provvisorio della perdita del viaggiatore: nel delicato momento della messa in discussione dei propri riferimenti, e dell’ abbandono delle proprie certezze (“ né di Francia né d’altro mi rimembra”) per aprirsi ad altre, nuove passioni: la donna etèra con il canto diventa la tentazione della fine prematura del percorso, la tentazione di arrestare o fare una pausa nel viaggio.

“gioveni e donne son: qual presso a fonte

canta con dolce e dilettoso stile;

…discopre l’ amorose sue querele”

(Furioso, VI, 74)

Vedremo nell’ ultimo capitolo come il momento della trasformazione durante il viaggio è il più delicato, quello che espone il viaggiatore alle tentazioni più forti – e la più forte di tutte è la tentazione dell’ interruzione del viaggio, del fermarsi presso una nuova donna, un nuovo amore. Se il viaggiatore riesce a superare le tentazioni e a compiere il ciclo completo del suo percorso, il ritorno che permette la catarsi, la restituzione, realizza così il rito completo del passaggio, e al suo ritorno in patria è accolto come l’ eroe che porta la novità: la sua Penelope lo accoglierà ristabilendolo per reincorporarlo nel nuovo ruolo sociale di riferimento.

L’ avventuriero si distacca dal suo passato, dal luogo d’ origine, e si lancia nel nuovo, vivendo l’ emozione forte e l’ angoscia dell’ impatto; il viaggiatore invece tenta di rendersi partecipe con assonanza del sè al luogo nuovo in una raccolta di segni trovati nel paesaggio o che richiamano lontano nel passato. La donna etèra, nella letteratura, è causa che può trasformare il viaggiatore in avventuriero; il viaggiatore resiste alla tentazione della seduzione per non deviare il suo progetto di viaggio in una semplice avventura. Questo è ciò che fa un cavaliere dell’ Orlando Furioso:

“…eran tre donne…

coricate su tapeti alessandrini

godeansi il fresco rezzo in gran diletto,

… e di lor una s’ accostò al cavallo

per la staffa tener, che ne scendesse;

ma Ruggero a quel suon non entrò in ballo

…sicuro al suo dritto camin l’ arena stampa”

(Furioso, X,36-40)

Il diritto cammino del viaggio non è deviato da Ruggero, che non lo trasforma in semplice avventura, neppure per tre etère, “e pure si tenean belle”!


[1] Claude Lèvi-Strauss: Tristi tropici, cit. p.363-365.

[2] Ivi, p. 365-366

[3] Antoin De saint Exupèry: Il piccolo principe, (1943) Milano Bompiani, 1949, p.104

[4] vedi Eva Cantarella Itaca, , Milano Feltrinelli 2007

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