Sandro's blog dal 2006

wripainter – mia pittura e scrittura

Il senso del viaggio: esperienze. parte ventidueesima

  • Ricominciare (da Diario e Mestiere di vivere di C. Pavese)
  • La ripetizione

“Davanti al mare della Pineta, basso e notturno, passando in treno, hai visto i fuocherelli lontani e pensato che per quanto questa scena, questa realtà, ti riempia di velleità di ‘dire’, t’inquieti come un ricordo d’ infanzia, essa non è però per te né un ricordo né una costante fantastica, e ti suggestiona per frivole ragioni letterarie o analogiche ma non contiene, come una vigna o una tua collina, gli stampi della tua conoscenza del mondo. Se ne deduce che moltissimi mondi naturali ( mare, landa, bosco, montagna, ecc.) non ti appartengono perché non li hai vissuti a suo tempo, e dovendo poetare non sapresti muoverti in essi con quella segreta ricchezza di sottintesi, di sensi e di appigli, che dà dignità poetica ad un mondo. (…) Insomma tu non puoi volendo interessarti poeticamente a un dato paese o a una data sfera e  fargli vivere, se non riducendoli agli stampi (insufficienti) della tua infanzia-gioventù.(…) Resta da vedere se, nei due campi l’ attivo e il creativo, devi limitarti a scavare e comprendere sempre più a fondo la realtà che ti è già data, o se sia proficuo affrontare continuamente cose, figure, situazioni, decisioni a te estranee, amorfe, e dall’ urto e dallo sforzo trarre un continuo potenziamento e incremento delle tue capacità. La questione è tutta se, avvenuta la prima conoscenza, si viva spiritualmente di rendita o non si possa accrescere ogni giorno il capitale. Pare evidente che, per quanto faticoso e terribile, le due vie possano congiungersi e un’ esperienza infantile elaborata nella maturità sarà un diverso e novello punto di partenza”.[1]

L’ anno 1942 è quello in cui la tematica di Pavese, riflessa nel suo Diario, appare come ripiegarsi su se stessa, per poi sciogliersi di nuovo e procedere spedita negli anni successivi, fino al ’50, ultimo suo anno di vita. Il 1942 appare l’ anno di una sosta, di un ripensamento, l’ anno della scoperta del passato piuttosto che della descrizione del presente. Appare chiara una attenzione rivolta al tempo e ai luoghi della  memoria; problema della ripetizione, della ‘seconda volta’.

“The thing re-done with heightened emotion is on the way to became so. The elements of action re-done… Not the attempt to deceive, but a desire to re-live, to represent. (Harrison, Themis, p.43). Non corrisponde al tuo vedere mitico, alla tua ‘seconda volta’?” (11-XII-’47)

La conoscenza come ripresa, come analogia. Su questa ripetizione spazio-temporale si istaura la tematica del viaggio in Pavese.

Viaggi nel senso  comune della parola  non ne appaiono nei suoi romanzi. Qualche tragitto su e giù dalle Langhe, a Torino, a Genova; emigrazioni in America per sentito dire; percorsi di guerra, passeggiate d’amore… Spostamenti in grande stile non se ne ostentano, nessuna crociera, nessuna traversata, nessun trasvolo dannunziano di città o territori. I viaggi dei personaggi emergono piuttosto nelle ricorrenze del ricordo; esplicitamente non ci sono percorsi, implicitamente Pavese esprime il rivenire dell’ esperienza come tecnica conoscitiva:

“Per la tangente nella fantasia del lettore, resteranno i luoghi. Si ottiene quello che non si cerca”. (5-XII-’48)

Alla base della sua narrazione c’è una magliatura di fondo che soggiace a tutto il romanzo. Sopra, in superficie, può apparire la confusione di impressioni diverse, dialetti, situazioni disparate: possono apparire inceppamenti nel racconto, impuntature oppure alcune scivolate inarrestabili per decine di pagine. Ma questa è la superficie che copre -quindi svela- la tenace struttura di appigli che è rimasta cristallizzata sul fondo del racconto. Sotto a tutto, sotto l’ acqua torbida sta il tempo, come un polo magnetico; sta il ricordo con i suoi segni, i suoi segreti, i suoi rimandi,  le sue ripetizioni.

C’è una sfrontatezza nella narrazione, che dà un’ impressione d’ esteriorità senza pudori, sfacciata e poco di maniera. Il romanzo appare come il cortile di un ‘comaraggio’, la piazzetta del succedere banale della vita di tutti i giorni. Si presenta come il contrario del romanzo ‘esoterico’ ( romanzo giallo, o romanzo d’ avventura) alla ricerca di un segreto, che punta ad uno svelamento, ad uno scoglio risolutivo. In Pavese il segreto non è privato, massonico, iniziatico, alchimistico. E’ collettivo, universale; può nascere da qualsiasi cosa e in ogni momento. Tutto può diventare il meccanismo dello svelamento, tutto può assurgere a verità nascosta, e lo diventa scoprendosi come il segno di un rimando. Come nel viaggio.

  • La sosta

La tematica del segreto può diventare la tematica stessa della natura, contadina; la tecnica dello svelamento si ottiene, in modo agreste, attraverso il decantarsi di ogni moto, di ogni impurità, come il vino che si ottiene attraverso il trapasso di una natura in un’ altra, lo schiarirsi di una superficie torbida che svela a poco a poco una nuova natura.

“Si valuta una realtà solo filtrandola attraverso un’ altra. Soltanto quando trapassa in un’altra”. (5-IV-’45)

Il passato è maturato, filtrato in un’ altra esperienza; come il vino che ha bisogno di anni di decantazione per svelare il suo aroma. Il passare degli anni diventa una nuova possibilità di conoscenza, ritornando alle esperienze precedenti, arricchendole di significati alla luce del tempo che è passato.

“ Ogni cosa che ci è accaduta è una ricchezza inesauribile: ogni ritorno a lei l’ accresce e l’ allarga, la dota di rapporti e l’ approfondisce. L’ infanzia non è soltanto l’ infanzia vissuta, ma l’ idea che ce ne facciamo nella giovinezza, nella maturità, ecc. Per questo appare l’ epoca più importante: perché la più arricchita di ripensamenti successivi”. (10-II-’38)

Ciò che ci colpisce è una sorta di saggezza antica. Il saper aspettare. Le cose si svelano “dopo”, quando sono decantate per anni nella nostra memoria, assumendo il loro vero colore nel ritorno, nella ripresa, nella ripetizione. Come non si beve il vino a Novembre, così si aspetta un periodo di tempo per conoscere un paesaggio, una persona, una situazione, un racconto.

“C’è un’ acqua che si intorbida, ci sono dei gesti violenti, dei sussulti, della schiuma; poi c’è una calma passività, l’ acqua che trema si fa immobile, dirada, si schiarisce, e tutto trapassa impreveduto. Il fondo e il cielo eccoli immobili. La novella è avvenuta pacatamente, in questo decantarsi di ogni moto e impurità. Ricordare: è avvenuta pacatamente”. (30-II-’38)

C’è una fedeltà legata al saper attendere per ritrovare. Questa fedeltà non è la nostalgia, che ha carattere di rimando, di emozione nel ricordo. E’ piuttosto attesa che il ricordo si schiarisca, sveli i suoi significati, abbia modo di esprimersi.

Questa fedeltà del ritrovamento è intesa come una tecnica, in Pavese. L’ espressione passa infatti attraverso due campi della percezione, uno attivo ed uno creativo, che devono interagire. L’ attivo è da identificarsi con lo ‘spazio’, cioè il nuovo, lo sconosciuto, ciò che si continua a scoprire, lo straniero. Il creativo è da identificarsi col ‘tempo’, cioè col passato, il conosciuto, ciò che ritorna nella memoria. La tecnica dello scrittore è la stessa del viaggio; far interagire i due momenti ( i due “stampi”, come li chiama Pavese) scambiandoli e incrociando gli effetti e le cause. Gli effetti della percezione attiva – del nuovo – e quelli della creativa – del ricordo.

“Resta da vedere se, nei due campi l’ attivo e il creativo, devi limitarti a scavare e comprendere sempre più a fondo la realtà che ti è già data ( il creativo) o se sia proficuo affrontare continuamente cose, figure situazioni, decisioni a te estranee e dall’ urto e dallo sforzo tarre un continuo potenziamento ed incremento delle tue capacità ( l’ attivo, il nuovo). (10-II-’42)

  • Le forme creative

Le due forme attiva e creativa, se prese singolarmente possono dar luogo a dei malintesi; addirittura a dei capovolgimenti di significato. Prese di per sè, sono infatti l’ opposto del viaggio, la negazione dell’ esperienza del diverso. La forma creativa, da sola, può dar luogo ad una introspezione psicologica; ad una ricerca da affrontare sul lettino di uno psicologo più che in uno spazio reale che è possibilità del confronto col nuovo, col diverso. La forma attiva, da sola, può diventare quella fastidiosa e inconcludente forma di ricerca della novità a tutti i costi che non fa acquisire nessuna esperienza; viaggiare ‘più che si può’, cioè vedere ‘tutto’, che non porta a nulla se non lo si mette in relazione al ricordo.

“ La noia indicibile che ti danno nei diari le pagine di viaggio. Gli elementi nuovi, esotici, che hanno sorpreso l’ autore. Nasce senza dubbio dalla mancanza di radici che queste impressioni avevano, dal loro essere sorte come dal nulla, dal mondo esterno, e non essere cariche di un passato. All’ autore piacquero come stupore, ma lo stupore vero è fatto di memoria, non di novità” (2-VIII-’42)

L’ espressione singola di una sola forma, creativa o attiva, diventa la dilatazione di un unico aspetto, il tempo, oppure  lo spazio, senza relazione tra loro. Il tempo, da solo,  diventa memoria pura, massa di visioni incontrollabili (pensiamo a Siddharta di H. Hesse); lo spazio da solo, nel vorticoso ‘viaggiare per viaggiare’ diventa un itinerario senza freni che si sposta in continuazione senza soffermarsi su nulla (Il giovane Holden di Salinger).

Il processo di acquisizione è quello di una palingenesi (capitolazione e nuova resurrezione, fermata-partenza, morte-rinascita), un cominciare continuo. Non il ‘fisso’ rimanere kafkiano dentro se stessi, né il ‘cambiare’ in continuazione del vagabondaggio errante.

“ L’ unica gioia al mondo è cominciare. E’ bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità – si vorrebbe morire. (…) Il principio suddetto non è poi da viveur. Perché c’è più abitudine nell’ esperienza ad ogni costo che nella normale rotaia accettata doverosamente e vissuta con trasporto e intelligenza. Sono convinto che c’è più abitudine nell’ avventura che in un buon matrimonio. Perché il proprio dell’ avventura è di serbare una riserva mentale di difesa; per cui non esistono buone avventure. E’ buona quell’ avventura in cui ci si abbandona: il matrimonio insomma. Chi non sente il perenne ricominciare che vivifica un’ esistenza normale e coniugata, è in fondo uno sciocco che, per quanto dica, non sente nemmeno un vero ricominciare in ogni avventura”. (23-II-’37, c.m.)

L’ aspetto affascinate in Pavese è proprio la “non ricerca”, la non avventura, la non “caccia al tesoro” del romanzo iniziatico o esoterico. In Pavese la narrazione esprime una realtà che si sprigiona, che “trova”, indirettamente, senza cercare.

“Che raccontando non si devano descrivere bei paesaggi risulta dal 4 ottobre, dove è detto che i paesaggi goduti sono visti come segno. Il personaggio solito… non potrà goderli finchè racconterai filtrando l’ ambiente attraverso il personaggio, che è l’ unico modo non pacchiano di raccontare. Sempre però che non si tratti di segni della sua infanzia, del suo mito, di quella vita interiore insomma che anche lui può e deve sentire. Ma anche qui bisogna presentare senza descrivere: es. la bella del personaggio che, pur essendo un suo mito, non va descritta ma presentata”. (12-X-’43)

“Oggettivarsi  davanti, come un cannocchiale rovesciato, un vasto paesaggio; disporne come di cosa posseduta ed implicitamente allusiva di infinite possibilità”.(26-VI-’48)

Come dicevamo la tecnica per raggiungere questo svelamento indiretto, come nel viaggio, è’ l’ unione incrociata di spazio e tempo; memoria personale (tempo) e novità collettiva (spazio).

“Si ammirano soltanto quei paesaggi che abbiamo già ammirato. Di anello in anello si risale ad un quadro, a un’ esclamazione, a un segno, con cui altri ce li ha trascelti e proposti. Naturalmente viene un momento in cui noi, scaltriti da lunga consuetudine, trascegliamo dei paesaggi come se avessimo l’ appoggio di un segno altrui. Non per questo la legge è violata. Ammirare, cioè godere come forma, significa appunto vedere come segno. Ecco perché l’ inizio di un’ ammirazione è sempre rivolto ad un segno, che non può ancora evidentemente essere di nostra creazione. E’ difficile aggiungere a quelli che segni fortuiti ci rivelarono nell’ infanzia, quando si formarono i nostri stampi immaginativi”. (4-X-’43)

“Un passato deve essere tanto familiare da poterlo rivivere meccanicamente e tanto inaspettato da farci stupire ogni volta che vi ritorniamo”.(7-VII-’39)

“pare evidente che, per quanto faticoso e terribile le due vie possano congiungersi, e un’ espressione infantile elaborata nella maturità sarà un diverso e novello punto di partenza”.(10-II-’42)

  • La struttura del racconto

La nostra cultura, da Dante a Italo Calvino, spesso identifica il racconto come un “viaggio”. Viaggio, navigazione, percorso che diventano la campitura primaria dello svolgersi del testo.

La metafora della navigazione, ad esempio, è una delle più diffuse nei poeti antichi e moderni per indicare la composizione di un’ opera letteraria. Il racconto simboleggia un viaggio per mare dove alla fine del testo per metafora si giunge al porto di destinazione, nell’ ultimo capitolo, dopo aver compiuto la narrazione.

“Or se mi mostra la carta il vero,

non è lontano a discoprirsi il porto;

sì che nel lito i voti scioglier spero

a chi nel mar per tanta via m’ha scorto;

…Par che tutti s’ allegrino ch’ io sia

venuto a fin di così lunga via.

(…) Dunque a finir la breve via che resta,

non sia più indugio, or c’ho propizio il vento.”

( Furioso, XLVI, 1-2-19)

Il confronto del viaggio con la narrazione letteraria ci permette di applicare i vari livelli di lettura del testo al viaggio, componendo quest’ ultimo secondo unità di grandezza definite dalla critica letteraria.

Un testo è generalmente costruito su quattro livelli: 1) il racconto, 2) il tema, 3) il motivo, 4) l’ inciso. Al primo livello il racconto è lo sviluppo completo del testo e contiene tutti gli elementi della storia, l’ ambito all’ interno del quale si svolge la ricerca. All’ interno del racconto, è sempre espresso un tema (del racconto) o più temi, che lo compongono e ne sono l’ ossatura concettuale. Nel tema vi è poi un motivo (del tema) che ricorre, che ne dà un significato o rimanda al senso del tema. Il motivo è infine composto da un inciso, nucleo del motivo che lo caratterizza.

Se associamo ora al viaggio questa struttura concentrica su più livelli, li potremmo definire come: 1) il viaggio, livello principale del racconto o ambito generale della ricerca; 2) il ritorno come tema necessario all’ interno del viaggio, che identifica il racconto e lo caratterizza geograficamente, situandolo in uno o più spazi definiti del percorso che deve tornare al luogo di partenza; 3) il ritrovamento come motivo del tema, cioè come esperienza intima del viaggiatore che ritrova se stesso e il proprio passato nello spazio circostante; 4) il rivenire della differenza come inciso specifico del ritrovamento, come rimando attraverso un oggetto trovato nel paesaggio e collegato alla propria esperienza passata personale, ritrovamento di una differenza che si ripresenta allo stesso modo di una battuta musicale durante un brano che ci dà un senso di piacere nella riscoperta. Vediamo più in dettaglio questi livelli.

  • Il tema del ritorno

Il tema è la struttura che regge il racconto, come la magliatura di un tappeto, come il fondo di un affresco; sottace a tutto il brano, talvolta mostrandosi, talvolta senza essere evidente. E’ sul tema che si costruisce il brano. Il tema viene preparato nell’ introduzione del racconto, presentato nella ouverture, sviluppato e poi riproposto durante lo svolgimento in forma evidente o come rimando. Nel viaggio il tema è quello del RITORNO, ritorno all’ origine, ritorno al luogo di partenza. Il ritorno non è la forma esteriore del viaggio, il disegno dell’ ultima parte di percorso geografico sulla mappa, bensì il suo contenuto più importante. L’ eroe del racconto, conclusa la propria ricerca con la penetrazione nella fonte, o per mezzo della grazia di qualche personificazione maschile o femminile, deve far ritorno al luogo di partenza con il suo trofeo rinnovatore della vita. Questa è la terza fase del mito, dopo il distacco e la prova. Può essere il ritorno crudele di Giasone o quello tragico di Tristano, i ritorni infausti da Troia (Menelao, Neottolemo, Agamennone, Filottete, Ulisse, Demofoonte, Diomede, Idomeneo, Guneo) e l’ eccezione felice di Nestore; il ritorno vittorioso di Dioniso, il ritono di Enea, di Edipo, quello angoscioso di Orfeo, Sansone con le porte del tempio, Mosè, Giona, il ritorno di Peer Gynt…

Secondo l’ ipotesi di questo libro se c’è viaggio ci deve essere ritorno; se non c’è ritorno significa che non c’è stato viaggio. In questo modo di vedere, viaggiare è ritornare nello spazio originario, è ripercorrere, recuperare, rivivere. Lo spazio che ci si lascia alle spalle all’ andata, deve essere recuperato. La via d’ andata presuppone la via del ritorno: non ci sarebbe Samarcanda ad indicare la direzione d’ Oriente all’ inizio del viaggio se non ci fosse anche Trebisonda, sulla riva del Mar Nero, per attendere e segnalare la via di rientro verso casa a Occidente.

Il percorso può essere circolare, può variare il tragitto d’ andata e quello di rientro, le strade da percorrere possono essere tortuose e diverse: importante è che alla fine  si ritrovi il punto di partenza. Un viaggio infatti non è uno spostamento definitivo ( sarebbe un trasloco, una migrazione) bensì uno spostamento provvisorio. Il ritorno è il tema che definisce il viaggio come alternanza dei due movimenti spaziali, attivo e passivo, di allontanamento e di recupero. Quando si parte per un viaggio si presuppone già che si ritornerà.

  • Il motivo del ritrovamento

Nel motivo del viaggio l’ aspetto del ritorno è inteso dal punto di vista del tempo, non più dello spazio. Il motivo del viaggio è il ritrovamento di se stessi, del proprio tempo trascorso, è il segno d’ acquisizione d’ una esperienza, di un cammino fatto. Non più Giasone, non più Enea, quanto il ritorno del figliol prodigo nel Vangelo o il motivo mitologico di Astolfo. E’ ritrovamento di un passato che – alla luce del nuovo e delle esperienze fatte in seguito – può essere riletto in una luce diversa e marca un’ esperienza compiuta. Nella parabola del Vangelo ci fa capire meglio il senso del passato, dei rapporti originari, delle priorità.

Il ritrovamento di questo tempo nasce dall’ esperienza del viaggio, è una sua risultante, non implica una ricerca attiva. Una pura ricerca che si muovesse infatti alla ricerca attiva del passato rischierebbe di essere solo una fuga intellettuale. (Tonio Kröger nel racconto di T. Mann si sposta a nord verso la casa del padre dove viveva da bambino, per cercare il proprio tempo passato: e non lo trova, perché lo cerca nello spazio, nei luoghi del proprio passato. Nel film Nel corso del tempo di Wim Wenders, per fare un altro esempio, il protagonista in motocicletta ritorna alla casa dove viveva nell’ infanzia: l’ impatto è anche qui impressionante con un mondo ormai diverso, uno spazio cambiato. Sicuramente questo non è “ritrovare” il tempo, ma è perderlo ancora di più, sentirlo ancora più lontano e rimettersi a fuggire nel presente. Questo è trovare il nuovo dove si cercava il vecchio. Entrambi trovano il diverso dove cercavano l’ uguale). Viaggio è piuttosto trovare l’ uguaglianza viaggiando nella diversità. Trovare il conosciuto correndo un deserto straniero, trovare l’ identico in una foresta inesplorata, trovare l’ uguale in maniera passiva, all’ opposto dell’ esplorazione, della ricerca che agisce in modo attivo nel cercare il diverso.

  • Il rivenire della differenza

Il nucleo finale di questo viaggio è il rivenire di una differenza. Questa consiste nel “ritorno”, in un momento successivo, a qualcosa di già conosciuto. Nella ‘prima volta’ dell’ esperienza, (prima del viaggio), l’ incontro era una conoscenza del tutto esteriore, casuale; ora invece, nel cammino a ritroso, nella ‘seconda volta’, si viene a cogliere il significato vero di quell’ aspetto conosciuto in passato ( un paesaggio, un oggetto, una persona, un quadro, un brano musicale).

“Le cose le ho viste per la prima volta un tempo – un tempo che è irrevocabilmente passato. Se il vederle la prima volta bastava a contentare (stupore, estasi fantastica), ora richiedono un altro significato. Quale?” (Pavese, 22-8-’42)

Viaggiando si ha la possibilità di ritornare sui vecchi paesaggi, sui luoghi e sulle vecchie stanze con allusioni che solo ora si rivelano chiare. Il paese nuovo, per uno scherzo del destino che non cercavamo, ci rivela ora l’ essenza di un luogo familiare del passato. Il viaggio si muove nello spazio e, senza cercarlo, trova qualcosa che fa parte del tempo, del passato, del già conosciuto.

“Non esiste un ‘veder le cose la prima volta’. Quella che ricordiamo, che notiamo, è sempre una seconda volta”. (Pavese, 26-9-’42)

“La conoscenza della storia non mi faceva avanzare d’ un passo, le cose distavano appena un palmo da me; ma un muro impenetrabile mi separava da esse. E anche adesso, in realtà, non ho affatto l’ impressione di vederle per la prima volta, bensì di rivederle.” (Goethe, viaggio)

  • L’ immagine già vista

Può capitare in viaggio talvolta, senza cercarla, un’ immagine apparentemente uguale alle altre, un viso che a chiunque non sia il viaggiatore non dice nulla, un paesaggio neanche originale, una casa, un vaso… Ed ecco, in quest’ immagine imprevista, noi scopriamo all’ improvviso un segreto.

“un innaffiatoio, un erpice abbandonato su un campo, un cane al sole, uno storpio, una piccola casupola di contadini, in tutto ciò mi si può palesare la rivelazione”. “In tali momenti una qualsiasi creatura insignificante, un cane, un insetto, una carrareccia che si snoda sulla collina… vengono a significare per me  assai più dell’ amante più bella e generosa nella più felice delle notti”. “ Ciascuna di queste cose, e mille altre consimili su cui l’ occhio suole scivolare con naturale indifferenza, può improvvisamente, in un qualsiasi momento che in alcun modo mi è possibile richiamare, assumere un colore così nobile e toccante che nessuna parola mi pare atta a rendere.” (H. Von Hofmannsthal, lettera di Lord Chandos).

Questo segreto è un rimando al passato, un segno che riporta indietro nel tempo. Se si cercasse questa uguaglianza attivamente nello spazio si troverebbe in realtà una diversità data dal tempo; se invece ci si lascia viaggiare nella differenza del paesaggio, il segno trovato rimanda a qualcosa di già conosciuto. La differenza riviene, non l’ identità. L’ identità non si può ritrovare in un aggancio al passato costruito artificialmente. Il passato non cessa di tornare rappresentato nello svolgersi dello spazio circostante che si attraversa, “ma di tornare come singolare differenza; ciò che non torna è l’ analogo, il simile, l’ identico; la differenza torna. L’ Essere, in senso filosofico è il Ritorno, sciolto dalla curva del cerchio: è il Rivenire”. [2] Rappresentazione, non semplice ripetizione. Non è un attimo irripetibile, bensì un invito, un’ allusione, un accenno ( Figura = l‘ANALOGIA). La differenza con il ritrovamento del tempo perduto di Proust,è che in Proust si ritrova qualcosa di già vissuto e lo si ripercorre nel medesimo modo; sono istanti che ricostruiscono, in modo identico, il passato: la madlenina, il rumore del cucchiaio d’ argento, il disegno del lastricato a Venezia. Proust, nella Ricerca del Tempo perduto, ricerca lo stesso, riprova l’ identità ( Figura = la RIPETIZIONE)

Nel viaggio non si ritrova l’ identità col passato, bensì un rimando ad esso.

“Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta” (Pavese, 28-1-’42)


[1]C. Pavese Il mestiere di vivere, cit. p. 381

[2] Michel Foucault: Theatrum Philosophicum, INTRODUZIONE a Gilles Deleuze: Differenza e ripetizione , (1968), Mulino Bologna 1971, p. XXII

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