Sandro's blog dal 2006

wripainter – mia pittura e scrittura

Il senso del viaggio: esperienze. parte venticinquesima

  • Il fascino del tempo (dalla Montagna Incantata di T. Mann)

“Il piccolo guardava la testa nobile e canuta del nonno curva ancora su quella coppa come in quell’ ora da tanto tempo trascorsa che il vecchio rievocava; e ne risentiva un’ impressione già conosciuta, la strana sensazione di sogno e di paura di una cosa che va e resta, di un rimanere mutevole, che era ritorno e vertigine, tutt’ uno, una sensazione che gli era conosciuta per averla provata in altre circostanze, e che s’ era aspettato ed augurato di risentire. Era parte per essa che il bimbo teneva tanto a rivedere quel piccolo oggetto ereditario, immobile e peregrinante al tempo stesso”.[1]

Sanatorio Internazionale Berghof, Davos-Platz, Cantone Grigioni. SVIZZERA. Qui giunge, da Amburgo, Giovanni Castorp, ingegnere navale, venuto a trovare per il periodo della villeggiatura il cugino ammalato di tubercolosi. Da Amburgo a Davos è l’ unico tragitto, brevemente descritto, in un romanzo di ottocento pagine fitte in cui il paesaggio rimane sempre la valle di Davos con  le sue montagne, lo spazio sempre quello del Sanatorio con le sue sale, il parco, le passeggiate, il paese – cinquanta metri più sotto. La narrazione, invece che spaziare geograficamente in un groviglio di situazioni si sofferma, verticalmente, su momenti precisi, calandosi nelle battute del tempo che fluisce regolare, lì ristagnando, senza colpi di scena; senza scomporsi. La narrazione non ricava particolari vivaci da innumerevoli situazioni descritte: inserisce piuttosto innumerevoli particolari in situazioni che procedono  immutabili seguendo il normale corso del tempo e dei regolari ritmi del Berghof: colazione, passeggiata, cura sulla sdraio, pranzo, riposo, cura sulla sdraio, cena, riposo. La storia, insomma, non è seguita nel suo svolgersi ( se non nel senso vaghissimo di una ‘trama’ in cui non succede, scenograficamente, quasi nulla) bensì in una successione paratattica, cadenzata, di momenti ‘finiti’ ognuno in se stesso; una visita dal dottore; un passeggio; una sporadica gita sciistica.

La caratteristica singolare di questo romanzo è che apparentemente esso si pone fuori dal ‘ tempo narrativo’, cioè fuori da uno svolgimento alternato di ritmi che costituiscono lo sviluppo della storia, mentre al tempo stesso fa del tempo il suo protagonista principale. Negando l’ aspetto diacronico della narrazione, la Montagna incantata esprime il tempo come forma del trascorrere ineluttabile; non esprimendo la ‘storia’, esprime il ‘tempo della storia’. I Buddembrok seguivano il corso di tre generazioni e l’ accavallarsi di eventi: storie sovrapposte e parallele che erano il procedere dei mutamenti generazionali, nascite, morti, costruzioni, abbandoni, decadenze. La Montagna incantata è lo “spazio” di sette anni intesi in quanto ‘tempo’(e non come storia). Ciò che succede in questi sette anni è il fatto che trascorrono sette anni.

  • Il tempo protagonista

In una prospettiva di questo genere il tempo si slega dalle modalità che, ordinatamente, lo suddividono in unità, mesi, giorni e minuti. La minima unità di misura, al Berghof, è il mese. Il mese è l’ unità molecolare frazionata all’ estremo. Nello spazio di un mese ciò che succede non si ordina cronologicamente in una successione, bensì è piuttosto una serie informale di avvenimenti che si muovono in una dimensione senza forza gravitazionale che li tenga legati ad una regola, un ordine fisso: i personaggi, i piccoli avvenimenti quotidiani, sono come batteri che si muovono nelle correnti fluide di un acquario, agitandosi, avvicinandosi e allontanandosi l’ un l’ altro casualmente. La trama della Montagna Incantata è questo rincorrere, volta per volta, una di queste particelle per un piccolissimo tragitto che essa compie nell’ insieme: e se questa particella si avvicina ad altre, o rallenta, si stacca e gira su se stessa – ciò pare immodificabile da parte dell’ autore il quale si trova a descrivere un pranzo, un incontro, un distacco o un suicidio con la stessa fatale ineluttabilità del succedere con la quale, un tempo, descriveva le vicende di una famiglia borghese destinata alla decadenza. Questa unità temporale minima, il mese, assume modalità spaziali che la distinguono dai normali ritmi temporali. In un mese qualcosa non si sviluppa, non procede – non farebbe in tempo; piuttosto si creano insiemi di situazioni momentanee, dislocate in luoghi deputati ad assolvere funzioni che i protagonisti volta a volta vi compiono: il momento del terrazzo ( la cura alla sdraio), il momento della sala da pranzo ( pettegolezzi e sguardi), il momento del parco ( le discussioni) ecc. Il tempo è il risultato finale di una rapsodia di fasi composte da moduli spaziali: immagini, scene, fotografie, descrizioni. Il tempo è qui composto della qualità dello spazio descritto.

Qualitativamente il tempo trascorre secondo “ciò che sembra a noi”, ad ognuno in base ai sentimenti da cui è animato e all’ interesse che pone in ciò che vi fa. Il tempo trascorre quindi in modo vario: seppure il giorno è sempre composto da ventiquattro ore, pure ci sono giorni che trascorrono più veloci ed altri più lenti; ci sono anni che passano più in fretta ed anni che trascorrono più lenti.

“ Così del tempo, così dello spazio…creare un’ opera è dunque trasformare in assoluti il suo tempo e il suo spazio. Uno dei metodi più accreditati fu sempre di ricorrere all’ intensità sentimentale che, come è noto, trasforma il tempo e lo spazio empirici. ( Un’ ora riempita di forte passione è più lunga di un’ ora di orologio. Notare che la noia è una forte passione, e quindi l’ assenza di occupazione allunga il tempo in quanto lo riempie di tensione). (26-II-’40 Pavese )[2]

“Come passano in fretta gli anni di Parigi, senza imprimere nella mente alcun ricordo che faccia epoca, anni lunghi e veloci, banali e allegri, durante i quali si beve, si mangia e si ride senza sapere perché, le labbra tese a ciò che si gusta e ciò che si bacia, senza aver voglia di niente… (Maupassant)[3]

Anni lunghi e veloci, dice Maupassant con una figura retorica. Un anno lungo, qualitativamente, non è necessariamente senza avvenimenti, così come un anno breve, che passa in fretta, sia pieno d’ avventure, mutamenti e azione. “Il tempo narrativo può essere anche ritardante, o ciclico o immobile. Il racconto è un’ operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo”[4]

La Montagna Incantata, romanzo lungo, senza avventure, così come un viaggio interminabile, senza colpi di scena, fulmini o rapimenti, può essere qualitativamente più movimentato di un romanzo di Jules Verne o di Stevenson. Avventurosa, in questo senso, diventa una ricerca che pur non uscendo dal raggio di qualche centinaio di metri, in questo spazio riversa le tensioni cui non bastano a Verne ventimila chilometri per dar luogo. E’ chiaro che il tempo che trascorre è inverosimilmente lungo in rapporto alle azioni che succedono, secondo il rapporto delle unità teatrali di Aristotele, ma il fatto è che il lettore ormai, qualitativamente, sostituisce lo spazio al tempo; ed un periodo di sette anni diventa così un affresco da percorrere con gli occhi, diventa un paesaggio, una carta geografica da stendere sul Sanatorio e su Giovanni Castorp. Un romanzo i cui parametri sono lo spazio di sette anni e il cui tema principale è il trascorrere di questi sette anni diventa un romanzo appassionante perché il tempo e lo spazio sono visti e descritti attraverso l’ ottica e la percezione di realtà del protagonista del romanzo stesso. Come per un malato degente al Sanatorio l’ ascolto di un disco in una serata può divenire un avvenimento eccezionale, così è per il lettore. Come per un personaggio una breve escursione sulla neve può diventare un viaggio di Sindibad, così per il lettore allontanarsi di cinquecento passi dal Sanatorio significa aver mutato orizzonte e trovarsi più sperduto che in un continente inesplorato.

  • L’ avventura di sette anni

Nella Montagna Incantata le forme dell’ avventura e l’ avventura stessa coincidono perché l’ ambizione del romanzo è quella di esprimere il tempo che svolge, di assumere il tempo che descrive. Il lettore legge alla velocità di ‘sette anni’, nel senso che (qualunque tempo reale impiegherà per leggere il libro – dieci giorni o qundici anni) il tempo relativo della qualità della sua lettura è il tempo di sette anni, l’ isocronia è la velocità di sette anni.

“Noi racconteremo dettagliatamente, esattamente e a fondo; poiché quando mai la brevità o la noia ingenerata da una storia dipese dallo spazio e dal tempo che vennero impiegati per narrarla? Senza timore, noi propendiamo anzi a credere che soltanto le cose dettagliate ed esatte siano veramente interessanti. Il narratore della storia di Castorp dunque non potrà venire a termine certamente in un volger di mano del racconto. I sette giorni della settimana non gli basteranno e nemmeno gli basteranno sette mesi. Meglio è che egli non cerchi neppure di venire in chiaro sulla quantità di tempo che gli occorrerà per portare a termine la sua narrazione. Non sarà certo, se Dio vuole, un periodo di sette anni” [5].

L’ avventura di un romanzo è tale proprio perché è vista da “fuori”, nel senso in cui solo una implicita convenzione permette l’ immedesimazione del lettore nel personaggio: personaggio che viene a vivere esattamente ciò che il lettore può concepire che egli viva dalla sua ottica esterna. Nella Montagna Incantata è come nel viaggio. Non si descrive l’ avventura. E’ l’ avventura ( o meglio – il succedere, che diventa avventura nell’ ottica di chi legge) che determina il viaggiatore. Facciamo un esempio.

Può essere un’ avventura ammalarsi: pensiamo al racconto di Hemingway in cui il protagonista rimane in coma, disteso nella sua branda da campo in Africa; pensiamo a Filottete, che si ammala al piede: la carne va in cancrena, viene abbandonato su un’ isola … La malattia è pretesto di una storia, meccanismo che disinnesca lo svolgersi avventuroso ed appassionante ( avventuroso per il lettore, beninteso, non per il protagonista degli avvenimenti che della sua malattia non si diverte affatto). Tutt’ altra cosa la malattia di Giovanni Castorp e dei degenti al Berghof, non intesa come avventura che succede o che appassiona il lettore, bensì come “realtà” che si impossessa del personaggio, che si impone al protagonista; incantesimo del luogo che trattiene al Berghof obbligando il lettore ai parametri specifici del malato degente.  La realtà del romanzo, quindi, assume le condizioni che ne ha il personaggio descritto, non quelli proiettati dal lettore esterno. Il concetto di malattia che ha un malato è molto diverso dal concetto di malattia che ne ha una persona sana: per l’ uno è la propria realtà, per l’ altro un’ “avventura”, un avvenimento transitorio. Non esiste uno stato assoluto di malattia. Cambiando il proprio stato d’ essere, da sano a malato, cambia anche la percezione di realtà che ne viene di conseguenza. Parlare della malattia rimanendo persone sane significa fare dell’ immedesimazione, alterando la realtà specifica. Compatire un cieco perché non vede, significa semplicemente rapportarlo alla propria capacità visiva: un errore di punto di vista. Su questo scarto di realtà si istaura l’ appassionante del romanzo: leggere la vita di Brazzà in poltrona significa seguire la sua ‘avventura’; andare in Africa, risalire il fiume Ogowe fino a Landana dall’ agosto 1875 all’ aprile 1882 come membro del suo equipaggio, significa vivere la realtà faticosa e oscura della sua spedizione.

“La compassione che il  sano ha verso il malato e che egli porta fino al rispetto, perché non sa immaginare in qual modo potrebbe eventualmente sopportare simili dolori, quella compassione è esagerata al più alto grado, non spetta affatto al malato ed è il risultato di un errore di pensiero e di fantasia, inquantochè il sano attribuisce al malato il suo modo di sentire e s’ immagina che esso sia come un sano che debba sopportare i tormenti di un malato, cosa che è completamente erronea. Il malato è appunto un malato, e come tale ha una natura ed un modo di sentire modificati; la malattia adatta a se stessa il suo uomo in modo tale da potere andare d’accordo con lui; la malattia porta con se minorazioni sensoree, deficienze, narcosi provvidenziali, misure di adattamento e di alleggerimento spirituali e morali della natura, che il sano ingenuamente dimentica di mettere in conto”.[6]

  • Il ritrovamento del tempo

Lo spazio e il tempo sono ristretti o inverosimilmente lunghi se ci poniamo nell’ ottica esterna diversa da quella del romanzo: rispetto al libro di Mann o al viaggio di Pietro Savorgnan di Brazzà (per fare un esempio volutamente opposto alla Montagna Incantata) la lunghezza o la particolarità di un momento sono tali solo in rapporto a ciò che ‘costano’, qualitativamente, come scrittura e fatica del percorso nella giungla.

Veniamo al viaggio. Le modalità del viaggio, sia per il tempo che per lo spazio, diventano qualcosa di qualitativo per uscire da un puro algoritmo di spazio ( chilometri) moltiplicato tempo ( giorni o anni). Come la qualità dello spazio non è una misura chilometrica, così la qualità del tempo non si misura con l’ orologio.

“Parlando del tempo non si può mai dire ‘in realtà’. Quando esso sembra lungo vuol dire che è lungo, e quando sembra corto vuol dire che è corto, ma nessuno sa veramente quanto sia lungo o corto”

“la lancetta ci mette tanto tempo quanto sembra a noi, secondo i sentimenti da cui siamo animati. E in realtà dico…questo è un movimento, un movimento nello spazio. Dunque noi misuriamo il tempo con lo spazio. Ma allora è la stessa cosa come se noi volessimo misurare lo spazio col tempo, cosa che fa solo la gente incolta. Da Amburgo a Davos ci sono venti ore di treno. Ma e a piedi? E col pensiero?”[7]

La relazione spazio-temporale del viaggio è momento di scambio in cui il tempo assume aspetti spaziali e lo spazio aspetti temporali.

“ Lo spazio che ruzzola via fuggendo tortuoso e si interpone fra il viaggiatore e il suo luogo di residenza, ha in sè forze che si credono riservate al tempo; di ora in ora esso da origine a interni mutamenti, molto somiglianti a quelli generati dal tempo ma che in certo modo li sorpassano. Come quest’ ultimo, anche lo spazio genera dimenticanza, ma lo fa sciogliendo la personalità dell’ individuo dai suoi rapporti e ponendolo così in un situazione libera ed iniziale; perfino del pedante e grasso borghese esso fa in un volger di mano qualcosa come un vagabondo. Si dice che il tempo è il Lete, ma anche l’ aria della lontananza è un’ acqua simile, e se i suoi effetti hanno minore intensità, sono però di tanto più rapidi”.[8]

Avviene quel fenomeno di miraggio, come scambio spazio-temporale, che definisce il rivenire di un’ immagine del tempo passato evocata dallo spazio circostante, come differenza rispetto al tempo in cui è avvenuta e allo spazio attuale che la circonda. Il presente ci evoca, per caso, in un luogo non cercato, una conoscenza antica; e il ricordo permette al tempo stesso di leggere il presente in una luce nuova. Lo spazio diventa un momento che va, peregrinante, e il tempo un’ immagine che si fissa intorno, immobile.

“ Il piccolo guardava la testa nobile e canuta del nonno curvo ancora sulla coppa come in quell’ ora da tanto tempo trascorsa che il vecchio rievocava, e ne risentiva un’ impressione già conosciuta, la strana sensazione di sogno e di paura di una cosa che va e che resta, di un rimanere mutevole, che era ritorno e vertigine, tutt’ uno, una sensazione che gli era conosciuta per averla provata in altre circostanze, e che s’era aspettato e augurato di risentire. Era in parte per essa che il bimbo teneva tanto a rivedere quel piccolo oggetto ereditario, immobile e peregrinante al tempo stesso”.

Emozione di un’ immagine, conoscenza antica, contraddittoria in quanto “immobile e peregrinante, ritorno e vertigine, rimanere mutevole” che ribalta i canoni di conoscenza storico-geografici del tempo e dello spazio. La conoscenza dell’ oggetto diventa, in maniera filosofica, conoscenza del Tutto. Questo miraggio, solo un viaggio sprezzante con i chilometri e sfrontato con gli anni può svelare: qui cadono le barriere che dividono la realtà circostante dal ricordo lontano e quella che rimane è un immagine immobile e peregrinante: il noto si esprime come avventura e l’ avventura si esprime in ciò che è noto; ciò che è familiare diventa sconosciuto e ciò che è sconosciuto diventa familiare. La filosofia di questo viaggio diventa una mappa geografica distesa sulla nostalgia, che ci aiuta a ritrovare una conoscenza del nostro passato disegnata nel paesaggio che sta intorno alla strada che percorriamo.


[1] Thomas Mann: La montagna incantata, Milano, Dall’ Oglio, 1930, p.29-30

[2] C. Pavese: op. cit.

[3] G. de Maupassant: op. cit, l’ Eremita

[4] I. Calvino: Lezioni americane, Milano, 2002 p. 19

[5] T. Mann, op. cit. p.6

[6] op. cit. p.508

[7] op. cit. p.77

[8] ivi, p.8

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