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Il senso del viaggio, di P. Crovetto – parte terza

  • La soglia tra il geografico e l’ etico

Come tutti i cartografi del suo tempo, Riccardo da Haldigam era fortunato. Questo per il fatto semplice d’ esser nato prima del 1488 – data fondamentale per la geografia, vedremo tra poco il perché. Per questo motivo il mappamondo di Hereford non è sostanzialmente diverso dagli altri mappamondi pre-1488: quello catalano alla Biblioteca Estense di Modena del XV secolo o quello del XII disegnato da Henry, curato di Mayence, o quello del 1100 nel Mappae mundi di K. Miller. Alla base c’è questa idea di una cosmologia totale onnicomprensiva, eterogenea nei particolari terreni ma orientata ordinatamente in quelli celesti. La figura di Cristo domina sui Beati, sul Paradiso Terrestre e su tutta la Terra; è il luogo privilegiato, è il concetto della rappresentazione

Ita multi unum corpus sumus in Cristo è l’ essenza riassuntiva dell’ universo di cui egli è il primo punto. Tutto viene di conseguenza. Nel modello medievale vi è l’ assiologicità della vita terrena rispetto a quella celeste: lo spazio della Terra è la sede della vita materiale (terrena) ed etica (celeste). Lo spazio viene diviso da questa dicotomia che pone in relazione i due termini vedendo nei concetti morali insito un tratto spaziale ed in quelli spaziali uno morale. Lo spostamento nello spazio geografico è quindi contemporaneamente uno spostamento religioso: chi viaggia, in realtà, traccia anche un itinerario escatologico rispetto alla vita materiale. Un esempio è la Commedia dantesca. La mappa medievale è una confusione di geografia ed utopia, in cui ogni viaggio assume il carattere di un pellegrinaggio tra i vari paesi pensati come eretici, pagani o santi.

I confini assumono quindi significati importanti; il confine del mar Caspio non è semplicemente quello tra la Russia e la Turchia, ma diventa – da un lato – quello tra conosciuto e sconosciuto (Samarcanda e Trebisonda, via di andata e via del ritorno) e dall’ altro diventa il confine tra la religione e il peccato, tra la cristianità e il mondo infedele.

In questa geografia nella quale i pigmei sono posti a simbolo dell’ umiltà, i giganti sono popolazioni d’ orgoglio e superbia, i cinocefali simbolo dell’ uomo litigioso, come può un semplice confine segnare la differenza profonda? Come può una semplice riga sulla carta segnare un tale abisso di distanza tra popoli e paesi? La vera soglia la pone il timor di Dio, la religione.

Nella concezione medievale Alessandro il Grande non si preoccupa minimamente dei confini geografici: arrivato a oriente, passati gli Sciti, Tebe, Tiro, la Jonia, la Lidia, Dario, i Persi, vinte tutte le sue battaglie, arrivato alla fine della Terra, fino all’ ultimo, ultimissimo monte … non si ferma: si attacca al grifone e prosegue ancora oltre, ancora avanti, al di là di ogni limite segnato. Il confine è poca cosa. Si esce dalla geografia e si entra nell’ utopia. Singleton chiama questo passaggio “trasumanar”, andar oltre l’ umano.

Lo spazio rimane fisso, ciò che muta è il significato che assume lo spostamento da un luogo all’ altro. E’ lo stesso passo quello che fa uscir dalla Terra ed entrare nel Paradiso: itinerario pericoloso quello in cui ogni passo conta per due. Ci si sposta – e si acquista  meriti per il Paradiso o ci si avvicina al peccato, nel medesimo tempo. La meta diventa una prova pericolosa. Viaggiare verso un monastero o verso un santuario è cosa buona; andare verso la Libia o Babilonia è la prova che si diventa peccatori. Non c’è un passo reale e uno simbolico, vi è un solo spazio allo stesso tempo topografico ed etico. La soglia è una sola ma può portare verso il Bene o il Male rispetto a due mete opposte.

E’ importante insistere su questo aspetto per comprendere la immobilità (esteriore) di quel mondo e – al tempo stesso – la sua fluidità ( interna). I suoi dogmi e certezze come la sua instabilità, nel medesimo tempo. Nel cammino della vita medievale, in ogni momento, bisogna fare attenzione ad ogni passo; l’ insidia è ovunque.

E’ da qui che nasce un secolo nel quale il Diavolo è veramente qualcosa a cui bisogna fare attenzione costante, continua, ossessiva. Nasce da qui il terrore di tutto, come il fideismo piu’ cieco e assoluto. Ogni cosa è se stessa ed è anche il simbolo di ciò che rappresenta: il peccato diventa un percorso. La metafora biblica delle due strade, quella ampia facile e quella stretta tortuosa, fa del pentimento un “ritorno”, della confessione un rimettersi sulla buona strada, dell’ esorcismo una condotta forzata per incanalare il ritorno alla salvezza, un tornare in sè.

Date queste premesse, nel disegnare un mappamondo, si tende a tenere il peccato nel luogo piu’ lontano possibile da “noi”, e lo si mette, con tutto ciò che spaventa e non si conosce, agli estremi angoli della mappa, della geografia. Lo si relega ai confini del mondo, per nostra salvaguardia. La visione tolemaica della terra ha il privilegio d’ esser chiara: l’ Oceano gira tutto attorno e all’ interno di questo circolo lo spazio si può strutturare a piacere.

“…globo de la terra
mettendo il mar che la circonda e serra ”
[Furioso, XXXIV, 70]

Diventa facile identificare dove mettere ciò che infastidisce, così come allontanare le regioni sgradite e il Regno dei Morti. Il mare clausum diventa un ricettacolo di leggende, dall’ ebreo errante al recinto dell’ unicorno, dalle isole di ghiaccio di Brandano alle invenzioni di Mandeville: sgabuzzino geografico nel quale mettere  barbari ed eretici. Il grande fiume Oceano è una valvola di sicurezza, un vaso chiuso dell’ esotismo onirico dell’ occidente medievale.

A questo punto la data importante: il 1488. Bartolomeo Diaz torna a Lisbona dopo il suo lunghissimo viaggio per mare. Afferma una cosa semplicissima, strabiliante: l’ Oceano indiano è aperto.

Diaz compie il gesto di Pandora e alza il coperchio di un vaso sicuro e sigillato. Subito le estasi e gli incubi terrificanti di un hortus conclusus si sprigionano e si spargono disordinatamente dappertutto. Il sogno sperato svanisce.

Erano molte le speranze che si ponevano in oriente: la ricchezza incredibile (quella che troverà il Candide di Voltaire), l’ esuberanza fantastica che sarà ingrediente di poemi e letterature intere. Con Diaz cadono le speranze e le rimozioni dei sogni precedenti. Rotto l’ incantesimo del cerchio, non ci sono piu’ remore o freni verso l’ avventura, con scorribande in libertà in un mare aperto a tutti; dall’ altro lato ci si chiude ancora piu’ nel nostalgico timore cabalistico del richiuso, del circoscritto, del segreto. L’ antico circolo chiuso della Terra rimarrà confinato nella nostalgia di alchimisti e astrologi, coloro che cercano l’ impossibile in casa propria, che non viaggiano, che si chiudono sempre piu’ in un’ immobilità sognante e letteraria

” fan che subito imerge ne l’ Oceano
ogni memoria …
[Furioso, XLII, 33]

La rottura di questo equilibrio circolare di contenimento rappresentata dal grande Fiume Oceano che gira intorno a tutto il mondo, aprirà la via al Viaggio Mercantile. Viaggio che non teme piu’ niente, che non ha limiti, che si insinua ovunque senza fare distinzione tra luoghi santi e di peccato; viaggio mercantile  di cui il primo Parallelo diventa la Via della Seta. E sono proprio loro, incapaci di immaginazione e di sogni, i navigatori e gli avventurieri che aiutano a rompere il circolo chiuso del sapere medievale.

C’è un’ equazione affascinante che può contribuire a chiarirci il passaggio dal Medioevo all’ Età Moderna attraverso il mirino del “viaggio”: l’ equazione di Huizinga è quella tra il mondo della religione e quello della civiltà del denaro, vedendone il passaggio di concezione del mondo nel mutamento del Peccato: dall’ orgoglio all’ avarizia. Il cambiamento della società che vede il primo peccatore nell’ avaro e non piu’ nell’ orgoglioso o nel superbo, porta i grandi Ordini Mendicanti a mutare gli ideali e le forme della vita religiosa dall’ umiltà alla povertà. Il viaggio passibile del grave peccato di superbia nel Medioevo ( il grande orgoglioso Alessandro Magno, come Icaro, o come il “folle volo” dell’ Ulisse di Dante ) diventa ora, con i viaggiatori moderni Niccolò de’ Conti, Filippo Sassetti, Caterino Zena, Giosuè Barbaro, Geronimo da Santo Stefano, passibile del peccato di avarizia.

Come nel Medioevo si sfidava l’ impossibile ora si sfida il mito, cercando la ricchezza, i tappeti, i colori in India, cercando l’ Eldorado in Brasile, cercandolo davvero, uccidendo, devastando e ignorando ogni veto divino. Il viaggiatore medievale faceva l’ impossibile sfidando se stesso; il nuovo viaggiatore sfida la società ad aprire la via ad una ricchezza enorme possibile. Nascono l’ imperialismo, il colonialismo, le Compagnie di Navigazione. Anche nel Medioevo “esistevano” i tesori favolosi, ma nessuno pensava di sfruttarli; anche nel Medioevo si sapeva delle meraviglie di Re Salomone, ma è solo nell’ età Moderna che si compie il passo e per davvero li si va a cercare. Lo scarto logico è grande: si vanno a cercare le miniere, non i gioielli; si cerca la possibilità; l’origine. Questo fenomeno troverà il suo apice nel diciassettesimo secolo con il viaggiatore-scienziato.

La mappae mundi finisce il suo tempo e le carte cambiano aspetto: ora le carte geografiche hanno una funzione specifica, servono concretamente al viaggiatore. Quella di Jeorge Reinel del 1519 o la Dauphin map del 1546 di Pierre Descaliers sono ancora imprecise – ma l’ impostazione generale è già quella moderna, quella funzionale, quella che le rende strumenti e non raffigurazioni. Finito il tempo della cosmologia del fiume chiuso. Finito il tempo  della decorazione e dell’ armonica disposizione degli spazi e degli oggetti. Ora si incominciano a delineare con sempre maggiore precisione anche l’ America, l’ Africa, l’ Oriente, l’ America del Sud. Colombo, per il suo viaggio “utilizza” il mappamondo di Paolo Toscanelli, ed è la fine del Paradiso Terrestre, del grande fiume Oceano, delle sirene, del prete Gianni, delle isole inventate …

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