Solo un anglosassone poteva immaginare una storia d’amore come questa. Solo in una società come quella inglese degli anni cinquanta poteva darsi quella netta e rigida (impenetrabile) separazione dei ruoli sociali che fa da sottofondo al film, fornendone una delle possibili chiavi interpretative (la minore si intende – vedi la fine di questo sproloquio)

La trama è nota, essendo il film uscito ormai due mesi in Italia: un noto sarto di alta moda dirige insieme alla sorella un atelier nella Londra degli anni 50. I due, figli di un primo matrimonio, sono rimasti orfani di madre nell’adolescenza e da quel lutto ne sono usciti più unitari che uniti. Lei è il suo braccio armato. Lui la mente creativa. Lei la manager, lui l’artista e l’artigiano. Lui gioca anche a fare l’artista. La sua vita deve essere silenzio e lavoro, lavoro e silenzio. Concentrazione, quella cosa di cui ogni artista abbisogna al massimo grado.

I due fratelli conducono una esistenza tranquilla, ritmata dalle nuove collezioni della sartoria Woodcock e dalle nuove conquiste di lui, ragazze tutte simili nel fisico che vengono introdotte in quello strano menage all’unico scopo di fornire all’artista sempre nuove modelle per i sempre nuovi abiti e, periodicamente, vengono liquidate quando iniziano a non stare più nella parte.

Tutto regge fino a quando la nuova e ultima modella non dimostra una fibra e un “innamoramento” superiore (ben superiore) alla media. Alma, questo è il suo nome, infatti reagisce nel sentirsi confinata al ruolo di modella, ma poi impara e si adatta ai silenzi, al rispetto e alla cura delle mattane di lui. Così per un poco sta nel proprio. Per questo resiste. Fino a quando la “nutriente anima” Alma (il regista da sempre dà ai propri personaggi nomi significanti) non trova un modo per rendersi unica: lo fa ammalare per poterlo curare. E lui, l’artista, riconosce in lei l’unica da cui vuole essere curato, quella che ha accettato le sue paranoie solo per stargli vicino.

Già raccontata così la vicenda ha del paradossale. Se poi si pensa che Alma per farlo ammalare gli somministra scientemente dei funghi velenosi, tanto da provocargli vomito, spossatezza, svenimenti, febbre alta per ore e ore (giorni?), embé allora si capisce perché dico che solo a degli anglosassoni poteva venire in mente una storia noir così. Ve la vedete Filomena Marturano che silente accetta i capricci del suo amore? Ma la letteratura anglosassone, prima e dopo Edgar Allan Poe, è ricolma di storie così. Storie di morte, amore e dedizione. Ma qui la novità è il carattere di lui, la psicosi dell’artista, del grande artista.

E già perché al di là della nefandezza dei colori degli abiti (anche questi decisamente inglesi), lui è uno che veste regine e Miladies, che deve costantemente rimanere a quel livello di qualità, di cura, di attenzione. Ogni rumore lo fastidia. Ogni novità lo turba. Lui è il suo lavoro con tutto il carico di ansia che questo comporta. E lei, lei trova il modo di rompere questo incubo. Lo fa ammalare e poi lo cura.

Il particolare che mi ha fatto propendere per questa interpretazione è di tipo temporale: lui lavora per il matrimonio della regina del Belgio. Ci lavora duro da settimane e settimane. Alma soffre in silenzio la mancanza di riconoscimento e di affetto. E così si arriva al giorno prima della consegna. Tutto è pronto. Tutto è perfetto, per tutti, salvo che per lui, per lui il perfezionista, per lui scavato dall’ansia del proprio ennesimo debutto, E’ lì che lei interviene facendolo ammalare. L’ultimo giorno, l’ultima notte prima della consegna lei lo avvelena e lo costringe a letto. E così gli evita un giorno e una notte di ansia suprema. Lui sulle prime non se ne accorge. Ma accetta di essere curato solo da lei. Da lei che ha imparato a stargli vicina in silenzio, solo abbracciandolo, materna, in silenzio. Poi quando se ne accorgerà, le sarà addirittura grato. Perché? Perchè la malattia lo libera dalla sua pazzia d’arte e lo rende umano, uomo tra gli uomini, debole tra i deboli, innamorato tra gli innamorati. Questo è il loro filo nascosto.

Ogni coppia che resiste nel tempo ha il proprio filo nascosto, quella abitudine, quella consuetudine, quella similitudine che rende quell’unione l’unione, a dispetto dei litigi, della rabbia, della scontentezza. E quel filo nascosto passa sempre per tutto o per poco nell’accettazione delle altrui debolezze.

Lei al dottore col quale trascorre le ore che la separano dal risveglio di lui (dopo l’ennesimo avvelenamento) dice che lui è l’uomo più esigente del mondo e che lei, di contro, gli ha dato ogni singola parte di sé. Mio padre mi disse: quando scegli una donna l’idea di poterla lasciare non deve passarti neanche per l’anticamera del cervello. Così evidentemente la pensava anche Alma. Fino a che morte non vi separi, recita il prete. Alma preferisce così. O suo, o morto. Lui grazie a Dio non muore.

Altre interpretazioni: lei giovane proletaria vuole il suo ruolo nel mondo dell’aristocrazia (che per necessità lui frequenta) e fa tutto quello che serve per farsi sposare e avere il suo ruolo in commedia, nell’atelier di lui.  D’altronde lui si chiama di cognome Woodcock, la beccaccia, uccello spesso usato dai tiratori come bersaglio, ma che significa anche lo sciocco, lo scemo, il semplice. E quindi Alma, la nutriente, mira allo scemo Woodock e lo fa suo.

Probabilmente entrambe le interpretazioni hanno una loro verità, ma l’irradiare la luce e permettere di vedere più cose attraverso uno stesso oggetto è sinonimo di lavoro ben fatto. Capolavoro? Non esageriamo, ma sicuramente vale il biglietto.

 

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