Venerdì sera ho partecipato alla presentazione del libro di Paola Nicoletti, Raccontami il mare che hai dentro (vivere con un ragazzo autistico)

Era presente, oltre all’autrice e all’editore, anche Laura Valente di Radioinblu.it   Per l’occasione ho scritto questa breve introduzione.

—————————————————–

Io non ho nessun titolo per essere qui a parlare, se non quello di essere lettore e padre.

Sì, perché questo è il racconto di un genitore, una mamma, orgogliosa e preoccupata per suo figlio, per le sue figlie. Un racconto che nasce da una gravidanza non desiderata, ma accolta come un dono del cielo. Il racconto di una scoperta che ha cambiato una vita, delle vite, un matrimonio, un essere figli, fratelli, sorelle. Un racconto che come i bucati appena raccolti profuma di pulito, di fresco, di verità.

Un racconto e una serie di riflessioni, di pensieri, di spunti, come quello sugli insegnanti di sostegno – una mia cara amica è un insegnante di sostegno – questa schiera di volenterosi che hanno abbandonato le loro materie specifiche per dare una mano, con buon volontà, ma senza una preparazione, così ci racconta Paola, e si trovano immersi in relazioni e materie spesso più grandi di loro, dei loro ricordi di pedagogia, della loro esperienza magari ventennale sul campo, con i ragazzi cosiddetti normodotati, con l’unica sicurezza che di normali non c’è nessuno. Ma basta questa certezza ad affrontare i ragazzi davvero speciali? Quelli che come Gabriele, Lillo, non parlano e si impuntano, hanno ossessioni che li attraversano come l’energia elettrica attraversa il rame? Non basta, ci dice Paola avendo toccato con mano. Ci vorrebbe una preparazioni specifica, adatta, che non c’è e data la finanza pubblica italiana forse non ci sarà mai. Bene così? Non credo.

E sì, perché essere autistici vuol dire essere speciali, unici, soli. Tutti coloro che se ne sono occupati professionalmente o che la vita ha messo alla prova direttamente , come Paola, sono concordi su questo: ogni ragazzo ha caratteristiche sue proprie, diverse in tutto o per poco dagli altri ragazzi cui è stato diagnosticato l’autismo.

D’altronde “autos” in greco significa proprio questo: lui medesimo, proprio lui. Non un altro. Lui. Lillo. Lillo che vuole andare nudo. Lillo che invece dopo un po’ vuole avere solo indumenti grigi. Lillo che si impunta e fa i capricci per comprare un enorme peluche. Tutti i bambini fanno i capricci. Solo che Lillo non parla. Non dice nulla. Solo non vuole muoversi di là, da davanti a quella vetrina. O come quando si blocca in mezzo alla strada e lei, Paola, si mette in ginocchio per cercare di convincerlo a muoversi, a togliersi di là, che è pericoloso e senza senso, Lillo.

Un racconto, una sofferenza, ma anche una gioia, la festa dei diciottanni, la discoteca, gli amici, gli altri genitori o quella ragazza che un po’ se ne innamorò. Angeli, li chiama Paola. Angeli la cui presenza colma e supera, sopravanza quella dei cretini, della nonna che impone ai propri nipoti di non giocare con Lillo in spiaggia, quasi avesse la peste o l’essere speciale, unico, come lui, fosse contagioso. Errori, errori di ignoranza, di paura, errori gravi perché un’altra cosa su cui tutti sono d’accordo è che più questi ragazzi speciali sono circondati da pazienza e affetto, da accoglienza, più il problema si riduce, si attenua, più Lillo impara e migliora.

Una frase, infatti, che colpisce più di ogni altra nel libro di Paola e la frase è che questa è una malattia la cui gravità è inversamente proporzionale al reddito della famiglia di appartenenza. Perché? Proprio per questo. Questi sono ragazzi che hanno costante bisogno di attenzione, di qualcuno che stia con loro. Se abbandonati in una camera, se lasciati a se stessi non solo non migliorano, ma peggiorano. Hanno bisogno di noi, di tutti noi. E bisogna che tutti quelli che hanno relazione con loro trovino la pazienza e l’amore per dare loro ciò di cui hanno più bisogno: tempo e affetto. Facile a dirsi, ci dice tra le righe Paola, ma il lavoro? Le altre figlie? Il marito? Gli anziani genitori?

Per questo Franco Antonello, il padre di Andrea, un altro ragazzo autistico aveva lanciato l’idea che ciascuno di noi dedicasse un giorno al mese ai ragazzi autistici, a tenerli con sé, a farli lavorare o giocare a seconda dell’età e della condizione. Questo aggiungerebbe un’altra dimensione alla nostra vita. E già perché se ci si pensa in ogni nostra vita sono contenute molte vite. Noi che lavoriamo e abbiamo infinite relazioni sul lavoro. Noi con gli amici, nuovi e vecchi. Noi con le nostre passioni. Il calcio e la Roma, come mi pare di capire per Umberto, il marito di Paola, la pittura e la scrittura, per me, l’organizzazione di Prima I Lettori, e ancora e soprattutto padre, marito, figlio, fratello. Ecco Lillo vuole la sua parte e la sua parte è grande perché lui è lui, lui è speciale, unico, autos, lui medesimo, proprio lui, lui solo.

Ma questo libro è anche un regalo, un regalo di una mamma a suo figlio che compie diciottanni, dopo la festa in discoteca, dopo la gioia, il ballo, lo sballo, un regalo di una mamma a se stessa e alla sue figlie, un regalo a noi, a noi tutti a ricordarci che la vita è tanta, varia e che la sofferenza si lega e si unisce, si intreccia alla gioia, alla preoccupazione, all’azione. Lillo ama il mare, l’acqua e il mare è vasto, infinito, mai fermo e va navigato e esplorato con fiducia e amore. Quello di Paola per Lillo. Quello che tutti noi dobbiamo avere per il prossimo e per i ragazzi con Lillo.

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

 

Annunci