Amando l’arte potevo esimermi dall’andare a vedere The Square, il cui protagonista è il direttore del museo di arte contemporanea di Stoccolma?

Sì, forse avrei potuto, ma invece sono andato.

Al rientro ho letto commenti molto pesanti sul film, commenti che capisco, ma non condivido. Almeno non del tutto.

Il film è una amabile satira (a tratti estremamente divertente) del mondo dell’arte contemporanea e su questo mi ci ritrovo abbastanza. Le installazioni hanno quasi sempre un maggior valore “ideale” che realizzativo.  Rappresentano idee più o meno in maniera emblematica o evocativa, ma le emozioni (salvo rari casi) rimangono altrove.

Il protagonista, il direttore del museo, è un progressista molto innamorato di se stesso. Professa una attenzione agli altri solo di facciata e viene punito proprio quando si fa coinvolgere da un apparente tentativo di violenza. In quel momento gli rubano portafoglio e telefono e ha inizio la progressiva caduta del personaggio.

Scene cult? L’addetto alle pulizie che con la macchina lucida pavimenti cerca (inutilmente) di pulire senza distruggere una installazione. Il direttore e la sua occasionale compagna che cercano insistentemente un orgasmo che fatica di molto a venire. Il direttore e la sua occasionale compagna che litigano sul destino finale di un preservativo usato. Il responsabile comunicazione del museo (cinquanta / sessantenne con regolare codino) che partecipa alle riunioni di lavoro tenendo in braccio un infante (evidentemente il suo ultimo figlio).

Scene da togliere? L’insistita performance dell’attore che personifica l’animale che è in noi. Gli incontri col ragazzino che protesta. La conferenza stampa in cui l’ormai ex direttore annuncia le sue dimissioni.

Resta alla fine un sapore di artificio, di opera molto costruita e poco vissuta, con interessanti riflessioni sul nostro comune benessere che spesso si basa sul loro male comune (degli altri, degli immigrati, dei mendicanti di cui è pieno il film) e che al termine lascia quel farfallone del ex direttore sugli spalti di un palazzetto a vedere le performance infantili delle figlie.

Come metafora del nulla della nostra arte contemporanea notevole (se penso al teschio di Hirst mi ci ritrovo molto). Come commedia rieccheggia qualche Von Tries. Come saggio sulla condizione della società svedese contemporanea probabilmente debole debole.

Vale il biglietto? Più di molte altre stupidaggini che girano, meno, molto meno delle opere veramente riuscite.

 

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