Il mio dipingere oggi è composto di 5 momenti: individuazione del soggetto (disegno, prove colori, ecc), preparazione del fondo della tela, riproduzione soggetto (con varianti varie ed eventuali), dipingere, sottolineatura finale e gestualità.

Detto questo, provo a ricordarmi che cosa intendo con l’ultima fase.

Non so cosa Job intendesse con la sua serie de Attacco al museo, se ci fosse un grido di dolore rispetto ad una bellezza non difesa, se la sua fosse (anche) una denuncia per una china gestuale della pittura nella quale forse, non so, si ritrovava poco, o se semplicemente volesse riprodurre quello che spesso vediamo sui muri delle nostre città,  ma certo é che il coniugare la pace e la violenza, la tranquillità,  la classicità e l’energia del gesto fu di grande fascino e potenza. Io, nel mio piccolo, coniugo quei gesti finali (a matita) in maniera diversa, quasi che quelle linee aggiunte alla fine fossero una nuova possibile interpretazione rispetto a quanto il colore aveva già interpretato del gesto iniziale e sottostante. Un coniugare, quindi, ma anche un respingere,  cambiare, suggerire, sottolineare, trovare dignità ad una visione finale, dare energia e movimento all’immagine, proseguendone le linee di sviluppo o contrappuntisticamente cercarne altre. Lasciando quindi a chi osserva il compito usuale di districarsi nella visione del reale.

Questa sarebbe l’intenzione.  Quanto ai risultati,  chi sa chi lo sa?

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