Qualche sera fa al Piccolo Teatro Strehler con un folto gruppo di amici abbiamo assistito a The Pride di Alexi Kaye Campbell, drammaturgo greco di scuola inglese o, se volete, drammaturgo inglese di nascita greca.

Lo spettacolo si svolge rapportando il 1958 e il 2015 sul tema della omosessualità maschile. La locandina, per la verità, recita testualmente che lo spettacolo “pone la grande questione dell’identità e delle scelte che determinano il nostro io più profondo”, ma io, se devo essere sincero (come sempre peraltro) nel testo non ci ho letto nessun travaglio generale sul “chi sono io?”, quanto uno molto particolare “sono omosessuale?”. Le due questioni sono evidentemente sovrapposte, o, meglio, la prima contiene la seconda, ma della prima secondo me nel testo non c’è traccia.

Fatto sta che, seguendo lo svolgimento delle scene e senza sapere della radice greca dell’autore, mi sono chiesto come mai solo (o prevalentemente) gli anglosassoni abbiano il copyright di quella ironia e leggerezza che permette di affrontare anche gli argomenti più pesanti con un sorriso. Piacevole, quindi, divertente a tratti, con attori bravi e nella parte.

Alcuni, e soprattutto alcune, hanno eccepito che Luca Zingaretti è troppo Moltalbano, troppo siciliano o italiano per riuscire ad interpretare appieno il dramma di un inglese etero che si scopre omo in età avanzata: io non ho notato più di tanto. A me, insomma, è piaciuto anche lui, anche se riconosco che Maurizio Lombardi sia stato più bravo.

Finito lo spettacolo rimangono un paio di questioncelle su cui riflettere.

La prima è: perché il tema della omosessualità a teatro e al cinema è soprattutto (anche se non esclusivamente) maschile e non anche femminile? Ve lo immaginate un Vizietto in versione lesbica? Sì, lo so: proprio recentemente è uscito nelle sale un bel film (mi dicono – io non l’ho visto) che narrava una storia lesbica a New York negli anni 50 (Carol), ma a memoria mia, vacillante per età e distrazione congenita, non ricordo un pari numero di testi che coinvolgano femmine invece che maschi. L’omosessualità maschile è più scandalosa? Perchè? Perché inevitabilmente connessa al tema della penetrazione anale, che è un tabù comunque e ovunque, sia per maschi, femmine e cantanti? Forse sì, dato che il dramma psicologico della consapevolezza dovrebbe, mi pare, essere analogo nella fuga che comporta dal dictat della riproduzione.

La seconda: nell’ultima scena del primo atto il più tribolato dei protagonisti, quello che con maggiore forza rifiuta la propria omosessualità, violenta il compagno. Calma e gesso: non si vede nulla, grazie a Dio. Tutto è molto mimato e assolutamente non fatto. Ma comunque, per quanto appunto in maniera figurata piuttosto che reale, rimane che un uomo violenta un altro uomo. La violenza nella immaginario collettivo è quanto più distante dalla omosessualità maschile, sempre dipinta come tutta sentimenti e attenzioni, sensibilità e buon gusto. Quanta violenza invece coinvolge la sfera sessuale della omosessualità maschile? La stessa che c’è tra gli etero, mi verrebbe da dire, ma allora il cliché dell’omosessuale tutto urletti e svenimenti, tutta buona educazione e bon ton deve essere un po’ rivisto?

Terza e ultima: nel 1958 uno dei protagonisti ricorre ad una clinica per “guarire” dalla infatuazione omosessuale. La cura consiste in una sequenza di masturbazioni al ricordo dell’amato seguite da procurato vomito e diarrea. Questi obbrobri esistono ancora? O finalmente l’umanità almeno da queste stupidità e brutture è guarita? Spero proprio di sì.

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