L’altra sera al Piccolo Piccolo, quello di via Rovello, insieme ad un gruppo di amici abbiamo assistito alle sette scene che Brigitte Jacques ha tratto dalle lezioni dattilografate di Louis Jouvet.

Siamo a Parigi nella primavera / estate del 1940. I nazisti sono alle porte. Eppure Jouvet insiste per sette interminabili lezioni nel predicare la necessità di far prevalere lo spirito su ogni altra cosa. Sulla bravura tecnica. Sulla capacità istrionica. Sul sentire il personaggio. Ciò che riesce facile è un inganno. La presenza scenica deve partire dal palcoscenico, superare ogni ostacolo ed arrivare giù in fondo, ovunque.

Sette lezioni passate a ripetere che Elvira nel Don Giovanni di Moliere è il darsi, è la gratuità, senza chiedere nulla in cambio, dimentico che Elvira è ricca, signora e che nel Don Giovanni svergognato, di cui ha certo subito il fascino, ora al quarto atto vede solo il poveretto, lo squallido, col quale non solo non è degno mischiarsi, ma che deve, deve subire lezione. Lezione di superiorità, balsamo per una identità ferita, che dalla debolezza vuole e deve, appunto, rinfrancarsi.

Jouvet no, Jouvet interpreta il testo in chiave quasi religiosa e Servillo, ovviamente, con lui, ripete e ripete per sette lunghe lezioni che per essere Elvira bisogna abbandonarsi, darsi, gratuitamente.

Credo di aver detto abbastanza: lo spettacolo è noioso e Petra Valentini, Elvira, fuori parte con la sua voce flebile, infantile. Il personaggio comunque lo si voglia vedere avrebbe richiesto una voce più roca, più bassa, più intimamente e dolorosamente femminile. Servillo al solito è bravo, ma è il testo che è debole, debole. Probabilmente avrebbe dovuto essere meno fedele alle trascrizioni dattilografiche e spiegare meglio e di più questo fuoco di passione attoriale che così come è passa poco o punto, così come passa poco o punto il dramma del momento storico e l’essere ebrea della giovane studentessa di Jouvet.

Insomma uno spettacolo il cui interesse sta soprattutto nel racconto e nelle analisi di ciò che avrebbe potuto essere e non è, di ciò che quelle lezioni sono state anche e soprattutto al di là delle loro trascrizioni, lezioni di fedeltà ad un mestiere da non tradire neanche di fronte alla tragedia della Storia.

In ultimo una domanda e uno stupore: perché gli altri due attori, ridotti ad attaccapanni di personaggi per nulla fatti vivere? Misteri di una testo, appunto, ripeto, debole, debole, che andava scardinato con coraggio, riscritto probabilmente, facendone emergere maggiormente il fuoco e il dolore che covava in quei giorni di primavera parigina del 1940.

 

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