Finalmente è arrivato il momento annunciato per il 1 ottobre e rimandato a data da destinarsi: quale? Sabato 12 Novembre alle ore 17.

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Per questa mostra avevo scritto questa introduzione che trascrivo qui nella speranza che faccia venire voglia di andarla a vedere.

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Ci sono molti modi di parlare e di scrivere dell’opera di un pittore. La più comune è quella di commentarne le opere, tecnicamente e storicamente, inquadrandole nel flusso generale dell’arte contemporanea e sottolineandone particolarità, unicità, carattere, novità. Ci arriverò anche io, ma dopo, fra poco.

Prima vorrei partire da un punto diverso, da un dato caratteriale che traspare nelle opere qui esposte e che ne costituisce, come dire, il presupposto: la curiosità.

Le opere di Mario Rocca nascono da una curiosità infinita nell’analisi del reale, nella sua riproduzione, nella sua visione. Qualche giorno fa nel suo studio mi diceva che è impossibile ridurre la complessità e la varietà del reale. Spesso si è tentato di ipotizzare che una certa forma naturale fosse riproducibile con un triangolo, con un quadrato o con un cerchio, ma poi la realtà ti sorprende e ti spiazza. Ogni pianta, fiore o persona in quell’istante, in quel preciso momento è se stessa, diversa essenzialmente da ogni altra (ed anche dal se stessa che sarà) e non riconducibile a schemi o “sistemi rappresentativi”. Quell’unicum per Rocca merita attenzione e, per l’appunto, curiosità.

Da anni Rocca va disegnando e dipingendo ogni giorno ciò che vede, analizzando curioso ogni forma che l’occhio o la mente gli proponga. Lo fa tutti santi giorni, con la costanza che deriva dal piacere inesausto della scoperta e del racconto.

E i suoi quadri e disegni e incisioni per prima cosa mi pare ci dicano questo: la bellezza e la gioia della scoperta costante del reale che deriva dalla curiosità.

Questa inesausta curiosità fa sì che in Rocca manchi quasi del tutto una delle caratteristiche oggi più comuni del fare artistico: quella di lavorare per progetti o cicli. Sappiamo, infatti, che spesso artisti e pittori inseguono per anni un progetto, un’idea, un’immagine e vi si concentrano, la prendono e la ripetono in infinite variazioni, arrivando, quando sono bravi, ad illustrare di quel progetto, di quella idea ogni aspetto, come dire, estetico, filosofico e semiologico. In Rocca questa attenzione monomaniacale è assente. Mario non ha la sua balena bianca da inseguire e colpire, o, meglio, il suo obiettivo, la sua Moby Dick, è il reale, tutto, i corpi umani e l’umanità innanzi tutto e prima di tutto, ma poi anche i fiori, gli alberi, i tramonti e le albe, il mare e il cielo. Tutto entra nei suoi disegni e di lì nella sua pittura in una esigenza di racconto che è in lui insopprimibile.

Per lui il disegno e la pittura sono gioia del fare, ricordo di un artigianato familiare mai dimenticato, rappresentazione continua della vita che evolve e cambia e si trasforma, cosicché il narrarla significa seguirne le variazioni, esserne oggettivamente e soggettivamente presi, mettere a disposizione della sua rappresentazione una gestualità forte e virile e un senso preciso e puntiglioso del colore.

Il risultato è quello che in queste sale possiamo osservare: disegni, grafica e dipinti.

Da un punto di vista tecnico, la prima cosa che si nota tra le tre sezioni è l’uniformità del materiale che ha costituito e costituisce la fonte di ispirazione di Rocca. Siamo sempre, come detto, di fronte a figure e scorci naturali, paesaggi, un giardino, chiese, ritratti con grande maestria compositiva, con una attenzione costante alla costruzione di uno spazio solido nel quale il singolo particolare, la singola figura o gruppo di figure trova la propria esatta collocazione.

Il passaggio dalla ritmica dei disegni e della grafica alla partitura dei quadri viene quindi naturale, quasi che, per certi versi, nei disegni si possa osservare lo spartito che poi nei dipinti viene eseguito dall’orchestra della tavolozza.

Ma questo è vero ed falso allo stesso tempo, perché se l’uniformità di quel materiale rende la continuità tra le tre sezioni evidente, è altrettanto vero che disegni e grafica hanno valori a sé, composti come sono su un impianto prospettico sempre consistente e su un attento rapporto tra chiaro e scuro. Questo fa sì che ciascun disegno e ciascuna opera grafica evochi ricordi e scuota l’occhio distinti da ogni altro.

La libertà apparente del tratto, una certa liquidità dello stesso non devono ingannare: essi sono comunque posti al servizio della costruzione dello spazio e quand’anche in alcune opere si assista ad un loro apparente vagare in realtà siamo di fronte alla suggestione di una gestualità che rende evidente l’avvenuta compenetrazione tra mente e mano. L’artista, come insegna in parte l’action painting, ma anche come, in tutt’altro ambito culturale, preziosamente testimoniano i disegni di Giacometti, si mette a disposizione del proprio sentire e vedere, lasciando che la mano sia libera sul foglio (o nel dipinto), libera di unirsi alla visione riproducendola con leggerezza e precisione.

Nei quadri questa impostazione, questo impianto spaziale viene poi completato o contraddetto dalla esposizione coloristica, tanto che in essi colori e linea, disegno e pittura innestano un dialogo e una sintesi che aprono le composizioni a risultati di grande potenza e vastità del suono.

Dico potenza e vastità del suono perché, al di là della mia personale percezione, nel prepararmi a scrivere queste note mi sono riletto i commenti che alcuni ragazzi delle medie lasciarono dopo una visita ad una mostra di Rocca nel lontano 1993 ed alcuni sono davvero significativi da questo punto di vista. Un ragazzo di nome Cristian scriveva che vedendo un quadro di Mario “mi si è annebbiata la vista” e osservandone un altro “ho provato un senso di piacere che mi saliva dai piedi alla testa”, mentre un altro ragazzo, Mauro, lasciò scritto: “il quadro più bello era quello di un suonatore di violino, a me sembrava più che altro un cantante rock. Quel quadro mi piaceva molto perché mi dava sensazioni di felicità, di allegria, la musica porta sempre tanta allegria specialmente se svelta come il rock.

D’altronde la via della sintesi tra segno e colore, tra la razionalità e la forza del segno e la sensibilità del colore è stata spesso intrapresa, specie in Italia. Già Licini negli anni cinquanta ne chiariva i presupposti seguendo le lezioni di Klee e Kandinskij, ma in Rocca quei presupposti sono stati evidentemente letti alla luce della lezione americana degli anni cinquanta e sessanta, quando da un lato la forza liberatoria e liberatrice del segno, declinato alla Pollock o alla Kline, rese evidente una volta per tutte che l’energia utilizzata nel dipingere rimaneva in qualche modo misterioso visibile sulla tela, dall’altro, che la violenza coloristica di Turner prima e dei Fauve poi poteva ricongiungersi con le sensibilità del tardo Monet e di tutto l’informale italiano.

In questa sintesi sta la novità pittorica di Mario Rocca, in questo suo fondere il tratto, il segno, l’occhio, la visione, la ragione con il cuore e il sentimento espresso da colori che spesso cantano e a tratti urlano.

Una mostra quindi che ci permette di avere una visione a trecentosessanta gradi del lavoro che Rocca ha svolto, illuminando certo i quadri più recenti, ma anche quella grafica e quei disegni che nell’immaginario comune sono stati spesso sovrastati e sommersi dalla potenza del colore.

Colore che, aggiungo, è stata una conquista del Rocca dell’età matura. Le prime opere degli anni ottanta erano molto insistite sui toni delle terre, dei grigi e del nero. Poi la scoperta del colore, in questo seguendo un percorso già indicato da Klee che di ritorno da un viaggio in Tunisia, come noto, esclamò: ”Questo è il momento più felice della mia vita….il colore e io siamo una cosa sola: sono pittore”. Ecco anche Mario Rocca è un pittore in quella stessa esatta maniera.

Un’ultima, se vogliamo, novità, visti i tempi che viviamo, sta nella sua costanza nel disegnare e dipingere, una costanza che prendendo a prestito un celebre titolo del grande critico letterario Contini potremmo definire potremmo definire “una lunga fedeltà”.

Mi spiego: da tanto tempo e da tante parti (e spesso le più qualificate) abbiamo sentito e letto della “morte della pittura”, dell’inutilità del pennello, dell’assurdità del bidimensionale in un mondo tutto immagini in movimento, tutto video e “app”, che scuotono i nostri telefonini, i nostri televisori e le nostre sensibilità (spesso a sproposito). Eppure in questo stesso periodo di tempo, in questi nostri anni ciò non di meno la gente affolla le mostre dei mostri sacri della pittura del novecento, ne compra le riproduzioni e si accalca alle fiere d’arte contemporanea, siano esse Basel, MiArt, Artissima o Affordable Fair Art.

C’è evidente una dicotomia tra da un lato un certo circuito artistico, le grandi case d’asta, i grandi collezionisti e, dall’altro. il mondo reale fatto di gente che per le proprie case cerca quadri che le ravvivino e le caratterizzino, un mondo che chiede comunque pittura anche per le proprie sedi istituzionali, siano essi Case Comunali, Chiese o Oratori (qui da noi le vetrate di Job a Sanpierdicanne o il ciclo di San Francesco dello stesso Rocca presso l’oratorio del Santuario di Sant’Antonio in via San Francesco a Chiavari).

Ecco l’arte di Mario Rocca segue questi ultimi, è interessata alle persone, al loro lavorio, al loro stare insieme, a Chiavari e alla Liguria, al suo mare e alla sua campagna. E’ vicina alla gente, al suo sentire, al suo essere. E questo seguire con costanza il proprio mestiere è, se vogliamo, una lezione, un novità che vale la pena di essere segnalata.

Checché ne dicano alcuni soloni, la pittura è viva e vegeta, proprio perché è racconto, sentimento, ragione e di tutto questo, di questa vita e vivacità questa mostra e le opere tutte di Mario Rocca ne sono ricolme.

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