Ier sera vidi Pablo Neruda di Pablo Larrain. Di Larrain avevo già visto il divertente “No – i giorni dell’arcobaleno” che raccontava la vittoria del No al referendum indetto da Pinochet nel 1988 (quella volta la domanda era se il popolo cileno voleva rinnovare per altri 8 anni il potere a Pinochet stesso).

Di quel film ricordo la leggerezza, l’allegria, pur nel racconto verosimile di quelle giornate e dei metodi, certo non urbani, della dittatura.

In questo su Neruda c’è un’altra pagina della storia cilena, solo che stavolta la ricostruzione, pur dettagliata in costumi e automobili, sembra avere il vizio di tutte le opere che vogliono dimostrare una tesi: pretenziosità e una certa noia.

Folgorante l’inizio. Neruda, senatore della repubblica, che entra in senato e va diretto in una grande sala dove l’aspettano decine di senatori, inizia a discutere di politica, inveisce contro il presidente Videla, che peraltro ha contribuito a far eleggere, passa tra i notabili che lo osservano scettici e arrivato ad un orinatoio fa quello che deve fare, per poi dirigersi come di prassi verso i lavabi: siamo evidentemente nello smisurato cesso del Senato cileno.

Tutta la prima parte comunque è ottima e incalzante, le scene si susseguono veloci e imprevedibili, in scorci di vita privata del poeta o in martellanti colloqui politici, fino a quando non compare lui, l’alter ego, il poliziotto che deve catturare Neruda ormai messo al bando dal Cile ufficiale. Qui inizia una storia di inseguimenti più sognati che effettivi che ha largamente del surreale.

La tesi del film, quello che lo rende noioso e pedante, è che Neruda fosse un narciso, dedito più alle donne che ad altro, idolatrato dalle masse come inatteso rappresentante colto e intelligente del comunismo, poeta inizialmente soprattutto e quasi esclusivamente d’amore, che non si nega a nessuna richiesta e recita e recita, con voce da poeta, una insulsa e romantica poesia su una notte tremenda.

Il ritratto a quel punto è duplice: da un lato un Cile nel quale la repressione si fa sempre più dura, dall’altro il poeta che il partito comunista protegge ed aiuta come il suo bene più prezioso, stretto in appartamenti non degni di lui e della sua compagna, oppure indefesso frequentatore di casini e puttane.

Per reggere questa tesuccia, sceneggiatori e regista sono costretti ad inventarsi un alter ego, un poliziotto, talmente letterario da non avere consistenza, un po’ come la volontà politica di catturare Neruda, che, come detto, frequenta assiduamente i luoghi di norma più controllati e frequentati dalle forze dell’ordine: i casini.

Il film termina con la morte del poliziotto e con Neruda ignudo che brinda con tre puttane, altrettanto poco vestite, solo stavolta di nazionalità francese.

Tutti lo venerano, ma lui se ne fotte? Le cose che scrisse sconfessano questa tesi. D’altronde ho letto che il regista ha dichiarato con finta ingenuità e grande astuzia commerciale: “se volete vedere un film sulla vita del poeta non venite a vedere il mio film”

E quindi quale è lo scopo, oltre a dimostrare una tesi che non interessa a nessuno? Mostrare che l’elite era fedele al famoso detto latino che recita “cane non morde cane”? Che il partito comunista, e l’Unione Societica, usò il poeta a mo’ di star del cinema, per sostenere le proprie tesi e dare conforto alle folle sempre più bastonate?

Francamente non l’ho capito, ma data la insulsaggine del film non me ne curo.

 

 

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