Che i cimiteri siano luoghi (anche) d’amore lo sapevo da tempo: mio zio buonanima, rimasto vedovo, piangendo la moglie nel cimitero cittadino, incontrò quella che sarebbe diventata la sua nuova moglie, anche lei lì a piangere il defunto marito. L’amore non conosce confini, no? e d’altronde nel dolore ci si incontra e ci si riconosce.

E’ quello che capita alla giovane e bella Anna che piange il fidanzato morto in guerra. Siamo nel 1919 e la prima guerra mondiale è finita da poco. La Germania inizia ad ardere di quel sentimento di frustrazione, odio, risentimento che portò nel giro di qualche anno ad Hitler. Il bersaglio qui non sono gli ebrei, ma i francesi vincitori reputati “gli assassini dei nostri figli”. Fatto sta che al cimitero compare un giovane e fascinoso francese che dice essere stato amico fraterno del fidanzato ai tempi dei suoi studi a Parigi.

Tra Anna e il francese scoppia l’amore? Siamo in pieno melodramma, girato alla perfezione in un bianco e nero di rara bellezza (non gridato, ma netto e preciso) da Ozon, con rare (e un po’ scolastiche) incursioni nel colore.

Il film, magistralmente recitato, specie da Anna (Paula Beer, che infatti ha vinto la Coppa Volpi a Venezia), coglie l’occasione per ricordarci cosa capita quando le nazioni europee si odiano e non si capiscono. Anche le vicende amorose narrate ne possono costituire, volendo, una leggera metafora. Al contempo il senso di colpa (principale causa della non-vita) e, al contrario, la menzogna (colonna che sostiene la vita) sono le architravi indagate con bravura dal registra/sceneggiatore.

Vale la pena di essere visto, quindi. Piace soprattutto a chi pratica pittura come me che la vita al termine rifiorisca (a colori) sul viso di Anna di fronte ad un (brutto) quadro di Manet (il suicidio), ma sotto l’ala immensa e protettrice della sua Dejeuner.

Due ultime notazioni: la prima è che la scena più autenticamente drammatica del film da un lato sconti agli occhi italiani un evidente debito verso De Andrè (La guerra di Piero) e dall’altro risulti assai poco convincente. Che soldati che camminano tranquillamente per una larga campagna (la prima inquadratura riprende dei boschi in lontananza)alla fine nella confusione di un bombardamento finiscano nelle trincee nemiche è un poco fantasioso.

La seconda: non sapevo che nel testo della Marsigliese ci fosse un riferimento al sangue impuro da cui bisogna liberare la Francia. I semi del razzismo sono profondamente radicati nella nostra tradizione e li troviamo anche nell’inno nazionale che giustamente è considerato il vessillo della libertà contro ogni oscurantismo. Sigh.

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