Qualche giorno fa sulle pagine del Corrierone nazionale Salvati, economista, e Panebianco, politologo, hanno espresso opinioni in parte contrarie sul tema globalizzazione.

Panebianco denuncia un clima generale contrario alla globalizzazione che, a suo dire, comporta rischi di regimi autoritari e progressiva povertà. Ovvero, se ho ben capito: la globalizzazione è la strada per la democrazia e la ricchezza, visto che Stati Uniti e Germania, le nostre due locomotive (come si sarebbe detto una volta), sono radicalmente a favore.

Salvati fa notare che con la globalizzazione la disparità tra ricchi e poveri è aumentata e che sempre più vasti perimetri delle popolazioni occidentali soffrono e invita i politici ad una seria riflessione sul tema, proponendo riforme che cambino il corso degli eventi.

Secondo il mio modesto parere, la globalizzazione è la causa della nostra crescente povertà (e in questo dò ragione a Salvati), ma la risposta non è minore Europa. Nell’analizzare gli effetti della globalizzazione mi pare evidente che l’Europa è un mercato unico, con così numerosi scambi interni, da renderli imprescindibili per il benessere di ciascuno degli stati membri. Il problema sono i rapporti con gli Stati terzi, Stati Uniti, certo, ma soprattutto Cina, India e tutto il far east asiatico.

Il concetto non difficile da comprendere è che non possiamo permettere la libera circolazione delle merci con paesi con legislazioni sul lavoro e sull’ambiente profondamente diverse e a minori garanzie delle nostre. Permetterlo è creare il paese della cuccagna per azionisti e manager delle aziende multinazionali, a scapito delle classi lavoratrici occidentali. Il costo del lavoro occidentale include oneri indiretti volti alla preservazione del benessere della collettività che non ne permettono il confronto con quei regimi dove la preservazione dell’ambiente e della salute pubblica ha livelli decisamente inferiori.

L’Italia ha poi certo compiti propri da fare: riduzione dell’eccessivo costo della politica e semplificazione delle norme civilistiche in tema di diritto commerciale da soli permetterebbero un salto di produttività da riportarci a pari con i migliori esempi mondiali.

Ma questa è la pagliuzza. La trave è che i nostri salari e stipendi costano il triplo o il quadruplo dei concorrenti e non c’è modo di abbassarli (né conviene visto che minori stipendi significa minore domanda). Quel che dobbiamo fare è bloccare il flusso indecente di magliette, occhiali, plastiche varie dall’oriente, riportando qui da noi parte delle produzioni e non solo, come sempre si dice, quelle di alta gamma. Anche perché i minori oneri per prevenzione e salvaguardia della salute e dell’ambiente pagati nel cosiddetto terzo mondo significano più inquinamento e malattie anche per noi, visti i drammatici cambiamenti climatici (ieri sera a Milano improvvisamente un mini tifone che ha portato venti fortissimi e instabili arrivati in pochi minuti, durati una mezzora e poi in maniera altrettanto misteriosa scomparsi).

Se fino a pochi decenni fa la maglieria italiana era tra le migliori del mondo e oggi non esiste più (e come la maglieria tutti i settori cosiddetti labour intensive) l’unica soluzione è riportarne in casa almeno una parte, imponendo standard di prodotto e di qualità (anche produttiva in origine – per esempio richiedendo certificazioni di qualità occidentali alle ditte produttrici) che limitino questo fiume di merci a costi sempre più bassi.

L’idea che l’occidente sia composto solo da consumatori e non da produttori è una idea che non regge.

Ma più dazi e maggior protezionismo non significa tornare ai confini nazionali, ma difendere meglio (ancora una volta) quelli europei.

Unisco sintesi dei due articoli (panebianco)

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