Il mio amico Lois sul suo bel blog Assolocorale ha condiviso il proprio senso di stanchezza, disillusione e, in parte, demoralizzazione di fronte allo spettacolo fornito durante l’estate dalla nostra classe politica. Il pezzo è ben scritto e ben argomentato e merita, al solito, d’essere letto. In risposta nel mio piccolo ho sviluppato una analisi che, quindi, costituisce un inizio di dialogo che evidentemente può essere aperto a chiunque voglia dare il proprio contributo. Sono, se si vuole, ululati alla luna, ma credo valga sempre la pena ricordare e ricordarsi che “fatti non fummo per vivere come bruti”.

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Lois ha scritto: Alla fine dell’estate, comunque la si abbia trascorsa, resta sempre un senso di malinconia. Se poi si è avuta la forza (o la scelleratezza) di leggere i giornali e tenersi informati, tutto viene condito dall’amarezza che non può lasciare indifferenti.Al di fuori delle nostre case lungo l’ampio orizzonte di questo pianeta globalizzato nulla è cambiato rispetto agli ultimi tempi. Tutt’altro. Le crisi si sono acutizzate e le guerre non fanno più neppure notizia.“Niente di nuovo sul fronte occidentale” verrebbe da citare, pensando all’assuefazione che ci ha travolto, perché quello che scoraggia maggiormente è la comunicazione di questi drammi diffusi, vissuti tempestivamente restando attaccati ai nostri efficienti smartphone. Immagini lancinanti e titoli sempre declinati verso la catastrofe che ancor più tristemente durano lo spazio di poche ore. Dopo un bambino stravolto ne arriva un altro e poi un altro ancora senza tregua, preannunciati dal take away dei media come icona di questo o di quell’altro dramma. Ma poi, passata la buriana di un’informazione martellante e pruriginosa, quanti di noi si ricordano dell’esistenza della guerra in Siria o della tragedia dei più fragili? ……

Sorgente: Il dramma effimero e le terminate stagioni

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Io ho risposto:

Caro Lois, il senso di abbattimento e depressione per lo stato del nostro bel paese è talmente comune che ampiamente giustifica il fenomeno dell’astensionismo politico alle elezioni e la nascita dei cinquestelle. Questo senso ha ragioni profonde e lontane nel tempo e le frustrazione è amplificata dalla evidenza che tutti i vari “salvatori della patria” che in questi anni si sono succeduti al potere hanno fallito.
E’ come se esistesse una resistenza profonda al cambiamento, legati e allacciati come siamo ad una serie non banale di potenti lobbies (avvocati, dottori commercialisti, magistrati), ognuna delle quali lamenta le inefficienze altrui, ma è ben conscia che liberare la nazione dall’attuale impostazione leguleia vorrebbe dire perdere lavoro e status. Recuperare lo spirito delle leggi e un minimo di impostazione britannica nella lettura e applicazione delle leggi non sarebbe complicato (normalmente è chiaro cosa le varie leggi e regolamenti intendono disciplinare e come), ma appunto ad esso si oppongono questi interessi ad esso contrapposti.
Se questa è l’Italia il senso di appartenenza europeo, come si sa, è ai minimi storici.
Ma lo è, e questo ai miei occhi è ancora peggio, la capacità di leadership intellettuale e morale. Quando fummo giovani, se ricordi (anche se sei più giovane di me di un quindicennio), c’erano intellettuali italiani, europei, statunitensi rigorosi ed illuminanti che costituivano una guida. Oggi tutto è scomparso annegato nella melma di un mercato editoriale ridicolo, che accompagna il continuo aumento dei titoli in pubblicazione ad una inesorabile (e consequenziale) riduzione dei lettori.
Siamo quindi senza guide. Senza guide che ci spieghino come uscire da quelle contrapposte esigenze morali che oggi più che mai dividono il bene pubblico da quello privato. Soldiarietà o il nostro giardino? Liberiamo la nazione dai lacci e lacciuoli (a rischio di perdere il lavoro) o andiamo avanti così?
Tu lamenti l’invadenza dell’economia, ma troppo spesso ci si dimentica (sempre e non certo solo da perte tua) che l’economia è una branchia della filosofia morale nata nell’ottocento proprio per dirimere quel tipo di problemi, in primis la distribuzione del reddito tra poveri e ricchi, tra lavoratori e latifondisti e capitalisti. Oggi lo si è dimenticato e non di parla di economia, ma solo di finanza, ovvero di matematica.
E quindi, come dicevo, l’idea occidentale è che i nostri popoli possano sopravvivere in un mondo globalizzato spingendo sulle industrie dei servizi (banche, assicurazioni, informatica, turismo) e sul comparto bellico. Io credo che i settori dei servizi siano facilmente aggredibili dai paesi terzi e che quindi per non finire tutti di proprietà cinese o asiatica, da un lato, e garantire un più equilibrato sviluppo nostro e loro sia preferibile e asuspicabile tornare ad una maggiore produzione interna di beni a prezzi evidentemente maggiori. Ciò che sulle prime sembra essere una redistribuzione a favore delle (ormai quasi inesistenti) classi lavoratrici nazionali ed europee sarebbe alla fine un bene per tutti. Più dazi nei confronti delle merci asiatiche vorrebbe dire certo maggiore austerità nei consumi voluttuari (abbigliamento ed elettronica al consumo), ma porrebbe le basi per una maggiore solidità sociale.
I nostri politici a questo non pensano, pare. Si chiedono, se va bene, quando va bene, come fare investimenti pubblici, senza chiedersi quale sia il disegno sottostante. Produrre o commerciare? Si può solo commerciare senza produrre?
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