Due giorni fa dal mio amico della libreria La Zafra di Chiavari ho comprato questo librino investendo ben 8 euri del mio sudato stipendio: Alan Bennett, Una visita guidata, Adelphi editore.

Il librino è godibile tutto, fatto come è da un mix di pettegolezzi e di pensieri un pochino più seri. Tra questi ultimi segnalo questa considerazione:

“Guardare quadri è uno strano miscuglio di pubblico e privato. E’ una cosa pubblica, ma non collettiva – come ad esempio può essere il teatro. Siamo felici quando andiamo a teatro e lo troviamo pieno, ma preferiamo che un museo (o una galleria d’arte, nota mia), se non completamente vuoto, almeno non affollato. Perché se il luogo è pubblico, l’esperienza è privata; le altre persone non vi contribuiscono come accade, invece, al teatro o al cinema. Al museo non si fa parte di un pubblico o di una comunità. Può essere aver qualcuno con cui condividere la visione di un quadro e magari parlarne, ma nessuno vuole andare oltre: ….”

La pittura è pubblica per sua natura, essendo esposta su una parete ben visibile a tutti, ma la sua fruizione è assolutamente privata, o, forse, meglio personale. E’ in questo più simile e vicina alla lettura che alla musica, pur essendo largamente non riconducibile ad un linguaggio codificato a priori.

C’è chi non osserva i quadri, c’è chi (la maggior parte di noi) li dà per “dati”, per indispensabili nell’arredo di una abitazione. Esattamente come fa con i libri esposti in una libreria all’ingresso.

La differenza sta nel fatto che osservare un quadro richiederebbe (almeno inizialmente) un tempo minore rispetto alla lettura di un qualsiasi librino, fosse anche quello qui in parola di Bennett di ben 43 pagine in formato 9cmx15cm (circa): ma la maggior parte, anche delle cosiddette persone istruite, non guarda e passa oltre o si siede davanti o sotto al quadro e chiacchiera di tutt’altro.

L’arte come mezzo per allietare le nostre dimore, come tra la provocazione e la convinzione proponeva Matisse, contro Guernica di Picasso (intuendone una potenza che non avrebbe mai potuto raggiungere).

Quindi pubblica, la pittura, ma non collettiva e fin qui per la gran parte delle opere prodotte sono d’accordo. Non non sono d’accordo è sulla assenza di una comunità. Una comunità degli amanti dell’arte e della pittura esiste ed è vivace e vigile. E’ questa comunità che, a volte ben diretta dai mercanti del tempio, fa salire e scendere la considerazione per questo o quell’artista, ma è la stessa che ha ben chiaro quali sono i capolavori a cui non si può rinunciare.

Perché così come per tutte le altre sue sorelle (letteratura, teatro, musica, cinema, ecc) se la costanza nella produzione di opere di qualità decreta la differenza tra un buon artista e uno mediocre, è altrettanto vero che la pittura è fatta da singole opere, che brillano e grazie alle quali il nostro sapere, il nostro sentire e, oltre, il nostro fare è stato modificato irreversibilmente. E quella comunità ha ben chiaro, grazie a Dio, quali siano quelle opere che quindi d’incanto e per fortuna diventano al contempo pubbliche e collettive.

Penso a Guernica, per l’appunto, ma a Las Meninas, ad alcuni Caravaggio, a dei Van Gogh, al Malevic del quadrato nero, alla Tempesta di Giorgione, all’Innocenzo di Bacon e così via per un elenco, che ancora una volta grazie a Dio, se non infinito è molto, molto lungo. Meno male.

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