Ascolto Annie Lennox che in una vecchia registrazione canta Summertime.

Immediatamente mi torna alla memoria l’interpretazione dello stesso brano data da Mahalia Jackson. Era per voce sola. Struggente. Tragica. Inarrivabile.

Penso quindi che Summertime non dovrebbe essere più cantata da nessun altro, neanche da una grande interprete come la Lennox.

Ma la musica è così: ripetitiva e sempre nuova. Tutti fanno e rifanno gli stessi brani, dandone sempre una versione personale, a volte bella, a volte brutta, a volte, come sta volta, passabile. Banalità. La mia.

Poi mi sorprendo a fantasticare se in pittura e in arte, in architettura funzionasse allo stesso modo. Migliaia di copie dei classici. Uguali nella struttura e nelle proporzioni, ma con colori e luci leggermente diversi, con leggere storture che non si saprebbe distinguere tra scelta e incapacità. Centinaia di Partenone (cosa che in effetti è stata). Migliaia di porticati del Bernini. Milioni di riproduzioni della Tempesta del Giorgione o de La Meninas di Velasquez (anche in questo caso un po’ in effetti ce ne sono state).

Ognuna di queste copie passate per arte originale, per prodotto artistico, così come la Lennox (e noi con lei) pensa alla sua Summertime.

Ma così non è: la musica ripete un canone, mentre l’arte lo innova e rinnova? La musica è per essenza ripetitività, mentre l’arte cerca l’unicum, l’aura benjaminiana?

Caldo, agosto.

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