Qualche sera fa, l’Opera da tre soldi al Piccolo, spettacolo quasi d’obbligo di questa stagione, dato il connubbio fondativo tra Piccolo Teatro e questo lavoro di Bertold Brecht.

E poi curiosità per vedere il nuovo lavoro di Michieletto, quarantenne regista italiano, che l’anno scorso mi aveva ammaliato con la messa in scena di Divine Parole di Ramón María del Valle-Inclán.

Ebbene chi legge queste note, saprà quante volte, anche di recente, mi sono lamentato del teatro one-man-show: ovviamente (ma forse anche no) l’Opera di Brecht presupponeva una folta compagnia e in questo Michieletto ha rispettato il testo. Bene. Me ne compiaccio fin da subito: il teatro è personaggi, dialoghi, scambi, battute e qui tutto è teatro. Bene.

Dove invece il “giovane” regista è andato per la propria strada è invece nella ambientazione e nello scavo psicologico dei personaggi.

Partirò dalla seconda osservazione raccontando che al termine qualcuno tra il pubblico si è chiesto: “ma Mackie Messer era un magnaccia?”. E’ vero che nel testo, che è stato rispettato alla lettera, si canta: “Ricordi tu quel tempo che fuggì quando si stava insieme notte e dì? Grazie agli amici che portavo a te, tu mi vestivi dalla testa ai pié. …”, e che quindi qualcuno in sala forse ha dormito, ma il carattere di Mackie è stato così poco approfondito, nei gesti, nelle posture, nell’abbigliamento che quella povera spettatrice alla fine aveva dei dubbi. Colpa dell’attore? Non credo.

Sulla seconda (ambientazione) l’osservazione è semplice: se Brecht scrive di una scena: “Una comunissima sera. Una stanza di soggiorno del postribolo. Lampade, tavolo,credenza con vetri, palme. Le prostitute hanno finito di mangiare: stirano, giocano a carte, lavorano a maglia, cuciono, ricamano. Idillio borghese. Jakob sul divano, sdraiato, senza scarpe legge il giornale, ignorato dal mondo”, secondo il mio modesto parere il regista può pensare ad un proprio postribolo, immaginarselo come meglio crede, rispettando le lampade, il tavolo e la credenza, ma non può (o non dovrebbe) ignorare completamente il dettato dell’autore. E’ come se un direttore d’orchestra (e qualche volta capita, ma di norma vengono sonoramente fischiati) cambiasse il tempo dettato dal compositore, suonando la melodia in adagio invece che in presto. Intendo dire che le ambientazioni previste dagli autori teatrali sono parte integrante dell’invenzione scenica. Uno può certo innovarla, renderla attuale, ambientare quella scena in un locale di lap dance o quel che vuole lui, ma non cassare completamente una parte dell’opera.

Michieletto in questo stravolge il testo, ne dà una lettura in flash back, ambienta tutto in un’unica scena, un maxiprocesso di vago sapore palermitano, e scandisce le scene con un incessante (e noioso) peregrinare dell’arredamento da destra a sinistra del palcoscenico.

 

Quindi, sintetizzando, tanto Divine Parole era stato coinvolgente e folgorante, quanto quest’Opera da tre soldi è fiacca e noiosa, velleitaria, poco innovativa e anche quel senso della luce e dei colori che in Divine Parole era stato accecante tanto era vivo, qui si riduce ai salvagenti arancioni dei poveracci di Peachum e alla parrucche rosa shocking delle puttane.

Un’unica scena davvero si salva ed è quella in cui il ricco ciccione butta il cibo ai poveracci che nel frattempo stavano arrampicandosi lungo la grata della prigione. Seppur tratta da immagini ahimé fin troppo presenti sui nostri schermi televisivi (la calca della gente che attornia i camion da cui i volontari distribuiscono cibo, medicine o acqua), e forse proprio per questo, quella è una scena che tocca e fa vibrare gli spettatori. Nel resto emerge la bravura di Servillo e il duetto tra soprano (Polly) e contralto (Lucy).

Merita il biglietto? non proprio.

ps: rientrato mi sono guardato qualche brano della vecchia edizione di Strehler. Carraro che interpreta Mackie Messer fa fare una ben magra figura al povero Foschi di questa edizione (e ripeto secondo me la bravura di Foschi è fuori discussione – semmai un poco il fisico del ruolo, così bassetto quale è) e le lezioni ritmiche di Strehler impartite ai poveracci di Peachum sono inarrivabili.

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