L’altra sera siamo andati a vedere la Grande Scommessa (che in inglese era ‘The big short’ –  andare ‘corti’ sui mercati finanziari significa vendere ai prezzi attuali ciò che non hai ancora promettendo di consegnare ciò che hai venduto in un futuro più o meno prossimo: se hai ragione la successiva caduta dei prezzi ti permetterà di comprare a meno quello che hai già venduto, onorando così l’impegno assunto. Se i prezzi salgono invece ci perdi dei soldi).

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Il film è dell’anno scorso e tratta degli avvenimenti che portarono al grande crack della Lehmann e, di lì, ad un crollo del mercato finanziario occidentale che l’attacco del 2011 consolidò, portandoci tutti nella recessione che ancora oggi in parte (in buona parte) ci attanaglia.

Il film racconta di un oscuro “gestore di quattrini altrui” californiano che nel 2005 previde quello che poi successe nel 2007 e nel 2008 e ci scommise su tutti i propri quattrini e quelli dei suoi clienti portando a casa, alla fine, un guadagno del quasi 49% netto rispetto all’investito.

Il 49% sono un bel guadagno e tanti soldi specie se sulle tue previsioni ci hai scommesso 1,3 miliardi di dollari.

Lui lo fece nel 2005, la voce si sparse e alcuni altri lo seguirono. Bene. Questa è la storia. Pochi guadagnarono una fortuna, molti persero il lavoro e la casa. Questa è l’America.

E sì perché il merito del film non sta solo e tanto nell’aver raccontato per l’ennesima volta come l’America sia costituita per larga parte da pazzi furiosi (ragazzi che da un divano muovono milioni di dollari, case di investimento che affidano 500 milioni di dollari ad un matto che ascolta musica a palla e gira scalzo in ufficio, venditori compulsivi intrisi di incrollabile fede nel sogno americano di una crescita infinita, stripteasers cui le banche concedono cinque mutui per comprarsi quattro case e una villa), quanto quello di aver spiegato per la prima volta in maniera comprensibile e accurata il meccanismo che stava alla base del più duraturo periodo di crescita che gli Stati Uniti conobbero fino, appunto, al 2007 (un mercato immobiliare mantenuto florido dalle banche e dal sistema finanziario con mutui regalati a, come si dice, “cani e porci”) e di aver seguito passo passo la grande scommessa che scopriva quanto il re fosse nudo.

Il film, da un certo punto di vista, è un’opera divulgativa, come solo gli anglosassoni sanno fare (geniale che a spiegarti le cartolarizzazioni sia un cuoco che ti parla della zuppa di pesce) e proprio in questa sua natura ha il proprio punto di forza. Bello. Da vedere.

la grande scommessa

ps: io continuo ad essere convinto che nel 2008 il resto del mondo occidentale avrebbe dovuto avere una posizione più ferma e netta nei confronti degli Stati Uniti. Non salvare la Lehmann è stato un errore politico madornale che ha solo fatto esplodere il fenomeno a livello planetario moltiplicandone il costo.

Trailer

 

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