A Londra presso la National Gallery si inaugura oggi una mostra che presuntuosamente si titola “Delocroix and the rise of the modern art” (dal 17/2 al 22/5).

Delacroix visse un momento della storia europea particolarmente agitato e denso di future promesse. Nacque infatti nel 1798 e morì nel 1863. Le sue opere furono altrettanto agitate. Come vedete, utilizzo un termine non tecnico per esprimere la densità e la passione delle sue figurazioni che quasi sempre facevano il paio con i temi prescelti. Il Romanticismo imperante imponeva peraltro l’altezza (il sublime dicono le persone forbite) come paradigma principe, respingendo la bassezza, il quotidiano, la povertà ai margini del proprio orizzonte visivo. Quindi ecco La caccia ai leoni o i dipinti a sostegno della causa greca.

Cosa tutto questo abbia a che fare con la nascita della pittura moderna è questione discutibile, se non partendo dall’assunto, dall’assioma si direbbe in matematica e in logica, ma anche dalla banalità, che la storia sia un continuum e che come dicevano i latini “non fa salti”. Da questo punto di vista gran parte della pittura moderna nacque come una reazione alla pittura di Delacroix, prediligendo temi più intimi (Bonnard) o quotidiani (tutti quanti) rispetto ad una concezione della pittura al servizio di una idea, di un progetto, di un sentimento.

Tutto ciò detto non c’è dubbio che alcuni dipinti di Delacroix sono quella festa per gli occhi che lui predicò in vecchiaia come la qualità essenzale della buona pittura, ma non c’è altrettanto dubbi che per lunghi anni (un secolo almeno – che qualcosa oggi si muove in direzione delacroixiana) la sua pittura coincise con un punto di arrivo (per non dire morto) della pittura europea, uno di quei punti, cioè, da cui null’altro cresce e nasce se non, appunto, ad contraria.

In mostra a Londra c’è un unico quadro che, a quel che è dato vedere dalle gallerie che l’organizzazione ha messo a disposizione, annuncia successivi sviluppi ed è questo:

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Il tema per la verità è stato abbastanza e diffusamente trattato dalla pittura, ma qui l’atmosfera e i colori inevitabilmente ricordano altro del grande Manet, anche se nel discepolo, diciamo così, c’è una tale intensità filosofica che nel maestro è, mi pare, completamente assente.

 

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