Ieri sera siamo andati agli Arcimboldi a sentire un nuovo concerto di Bollani.

Sala piena. Struttura del concerto uguale a quella già presentata alla Scala qualche mese fa: inizio con un paio di lunghi pezzi originali di Bollani (molto belli), poi inizia lo show a metà tra il cabaret e l’improvvisazione pianistica. Un’ora circa e poi via con i cosiddetti bis, ovvero con quella parte del concerto in cui Bollani chiede al pubblico cosa voglia ascoltare, ne prende buona nota su un foglietto e poi esegue ciò che è stato richiesto (ma anche no sostituendo quel che ha voglia) unendo abilmente ciascun pezzo al successivo con continuità.

Bello. Coinvolgente.

Vedendolo non si capisce bene se Bollani si diverta troppo a fare quello che fa (peraltro molto bene) o, se viceversa, non ne possa più e quindi annoiandosi a morte inventi, svicoli, prenda strade laterali. Propendo per la seconda. Oppure che semplicemente Bollani sia un po’ matto e che con lui le normali categorie non valgano.

Certo è che vedendolo piegarsi sul pianoforte, alzarsi, agitarsi, entrarci dentro quasi, sembra proprio di vedere uno di quei maghi dei motori, un meccanico, un super meccanico, che bestemmiando cerchi di rianimare il motore che tenta sempre di spegnersi. Ci sono volte in cui il maestro davvero sembra entrare nel piano e altre nelle quale se ne allontana, come fosse un pittore che lascia per un attimo il quadro per vedere come sta venendo. Il problema è che in tutto questo andare e venire Stefano Bollani continua a distillare musica, impostando un ritmo con la mano sinistra e lasciando la destra a solleticare le orecchie, ampliando e variando le dimensioni delle melodie.

Uno spettacolo.

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