Tutto il sognato, tutto il pensato, tutto il fatto, tutto lo sperato e ’l desiderato, l’inseguito, l’avuto e ‘l goduto e ‘l perso e ancor di più, l’amato, l’odiato, ciò che ci ferì o esaltò, il vino e le donne, le motociclette e il mare, il vento e il cielo perenne e le montagne su cui abbiamo volato, tutto, e tutti i lutti e i tagli profondi, gli urli e i sorrisi, i baci e gli abbracci, tutto, tutto questo è stato, siamo noi, noi soli, noi individui, noi reali, unici, adesso e ancora saremo, ancora, fino a quando morte non ci separi. Da noi. 

Eppure, eppure già adesso, e anche ieri e domani, non è vuoto l’insieme di ciò che manca, di ciò che altri faranno e han fatto, di ciò che noi avremmo voluto fare e amare e odiare, adesso e oltre, domani e ieri, perché, perché la regola, pare, sia il pieno e non il vuoto, il continuo e non l’isolato, il toccarsi e lo spandersi come leggerezza d’aria che sale cosicché da me a te nessuna distanza, già oggi, ma anche domani, da me stesso a me stesso, nessuna distanza, sia oggi che anche domani. 

Niente, niente si frappone, nulla divide e gli steccati di senso che tra noi costruiamo son solo bastoni su cui ciechi poggiamo la mano.

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