Stanotte, in attesa del rientro del pargolo, ho visto una puntata di Un giorno in Pretura. Si ricostruiva il caso dell’omicidio del signor Bruno ad opera di sua moglie Luciana.

Da quel che ho visto e che ho letto stamani è provato che il marito da anni faceva violenza sulla moglie, con la quale e dalla quale aveva avuto 4 figli, alcuni dei quali all’epoca del fatti (2004) ancora largamente minorenni. Apparentemente una gelosia irragionevole e non suffragata da prove lo spingeva a darle della puttana anche in presenza dei figli, a maltrattarla, ad avere crisi isteriche e di ira tali da portarlo a spaccare mobilio e cose di casa.

La moglie almeno in un caso, prima di giungere alla separazione, aveva denunciato l’accaduto alla polizia e carabinieri. Il marito, portato via dalla forza pubblica in evidente stato di alterazione, aveva poi fatto ritorno a casa. I due si erano poi separati nel 2002, pur continuando a vivere sotto lo stesso tetto. In un secondo tempo si sono separati anche fisicamente, quando la donna, dopo qualche mese dalla separazione, aveva trovato un nuovo compagno.

Ebbene nella notte del 27 febbraio 2004 secondo la accusa la donna ha invitato l’ex marito nella sua nuova casa e l’ha ammazzato a coltellate. Poi ha chiamato il suo nuovo compagno, hanno pulito tutto, messo il cadavere in un sacco e scaricato il sacco nel Tevere. Il cadavere verrà rivenuto un mese più tardi sul litorale di Ostia.

Secondo la difesa la donna si è vista arrivare a casa l’ex marito che al solito l’ha aggredita e minacciata e lei si è difesa pugnalandolo a morte. Poi ha chiamato il suo nuovo compagno, hanno pulito tutto, messo il cadavere… eccetera eccetera.

Al processo ha vinto la tesi della difesa. Legittima difesa. Sia in primo che in secondo grado. (addirittura nel secondo grado il Procuratore della Repubblica ha chiesto l’assoluzione). Il dibattimento si è molto centrato sulle innumerevoli prove documentali e testimoniali delle violenze e aggressioni che il marito negli anni aveva posto in essere contro la moglie.

Quindi nella interpretazione e lettura dei fatti di quella notte ha molto pesato il pregresso, stante che in quella stanza non ci fossero che la moglie e il marito e stante che tutte le eventuali prove di collutazione, scontro o quant’altro siano state rimosse con cura dalla accusata.

Perché non ha chiamato subito la polizia dopo il fatto? Perché non ne aveva più fiducia, dice lei. O forse temeva che la propria tesi difensiva non avrebbe potuto reggere e quindi avrebbe perso tutto, figli e quattrini.

Sì perché una fonte di stampa da me letta stamane riporta il fatto che nel mese intercorso tra omicidio e ritrovamento del cadavere la signora si sia prodigata per volturare a sé quanto possibile. Ma anche questo non ha contato nel processo. La premeditazione della moglie non è provata, mentre le violenze del marito sì. Vincono le violenze subite e la naturale reazione alle stesse.

Ora a me pare che in questo caso la giustizia abbia al solito cercato di seguire ragionevolezza più che prove e certezze: che il marito fosse un violento è provato. Cosa è successo quella notte nessuno lo sa, salvo la moglie che evidentemente dice ciò che più le conviene e che forse è anche la verità. Quindi tra il carcerare la vittima per anni di violenze e lasciarla libera le corti hanno deciso che era meglio la seconda, in barba al principio, che avevo sentito citare altre volte, che la reazione (legittima difesa) deve essere commisurata alla azione (aggressione). Accoltellare uno che ti mena è legittima difesa? Evidentemente sì. Nel caso in ispecie meglio così.

Mariti violenti tremate, quindi. E anche questo è giusto così.

ps: i casi di giustizia ogni volta fanno sorgere dubbi etici. una persona mena e minaccia per anni un’altra che alla fine reagisce, lo ammazza, ne occulta il cadavere, voltura a sè i quattrini del morto e la giustizia dice che ciò nonostante non è colpevole. Al solito si predilige, giustamente da un punto di vista pratico, il vivo sul morto, i parenti e le relazioni del vivo, su quelle del morto. Questa mi sembra una chiave di lettura mai esplicitata, ma spesso presente in molte nostre aule di giustizia. E’ etico? E’ giusto? Umano? Forse sì.

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