La notizia è che la mostra di Van Gogh qui a Milano rimane aperta una settimana in più rispetto al previsto. Doveva chiudere questa settimana e invece sta aperta fino al 15 marzo.

La non notizia è che la mostra sia stata visitata da più di 300.000 persone. Questo accade ormai spesso con mostre dedicate ai grandi maestri della fine ottocento e capita praticamente sempre se di mezzo c’è Van Gogh.

La sua pazzia attira la gente. I rapporti morbosi col fratello e con Gauguin, il peregrinare in Francia, Belgio e Olanda, il tagliarsi un orecchio, il morire suicida dopo tre giorni dall’attimo dello sparo per volontà espressa (?) di non farsi curare, tutto nella vita di Van Gogh si allinea, si conforma, si adatta ad una tecnica di pennellata e di disegno energica e tormentata al limite della cattiveria.

La mostra, confesso, non l’ho vista. Ho letto che ci sono 50 sue opere dedicate al suo rapporto con i contadini e la terra, così tanto per tirare la volata (come si dice nel ciclismo) alla prossima Expo. Da quel che ho visto e sentito (molti i delusi) olii penso non ce ne siano molti, mentre abbondano i disegni, i carboncini, che io ebbi la fortuna di vedere al museo Van Gogh di Amsterdam, disegni nei quali, come dicevo, la disperazione del tratto si fa forza dirompente, aprendo così la strada all’espressionismo tedesco e di lì, giù per le scale, a molto del fumetto attuale.

Ma la fortuna presso il grande pubblico di Van Gogh non è solo gossippara. I più ammirano sinceramente i suoi colori potenti, liberi, la drammaticità delle composizioni, gli accostamenti tonali spesso spiazzanti.

Van Gogh viene un poco dopo la rivoluzione Fauve e di questa ha compreso pienamente la potenza. Senza alcuni paesaggi di De Vlaminck alcuni altri di Van Gogh sarebbero difficili da intendere. Il suo contributo è quello di aver accentuato il segno, di aver marcato i contorni, di aver fatto evolvere il puntismo da raffinata esercitazione esangue e spesso un po’ fanè, per esempio, di Sisley in un insieme di tratti forti, virili, di pennellate corte, apparentemente grezze sempre alla ricerca del vero e della vita.

Questo è che credo la gente apprezzi. Questa è la lezione di Van Gogh: libertà espressiva concentrata con forza su ciò che si vede. Augh, ho detto.

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