In questo gennaio ho lavorato tanto. Sicuramente troppo in relazione ai risultati ottenuti, ma questi sono affari miei e di coloro che gentilmente mi pagano. La sera però sono riuscito per cinque volte, cinque a distrarmi con film e teatro.

otelloIniziamo dal teatro: coraggiosa messa in scena dell’Otello da parte di Lo Cascio nella triplice veste di autore (il testo è liberamente tratto dal bardo d’Albione), regista e attore. Dico coraggiosa per varie ragioni: far recitare i protagonisti maschili in siciliano (mentre Desdemona grazie a Dio parla italiano) è una prima ragione. L’essenzialità delle scene e della compagnia (4 attori) è un’altra. La libertà interpretativa è un’altra ancora. Il dramma della gelosia è coniugato sì sulla ambizione di Iago, ma soprattutto sulla incapacità dell’uomo Otello a comprendere l’animo femminile. Desdemona viene condannata non tanto per quello che ha fatto (o non fatto), ma per quanto avrebbe potuto fare, tradire, cosa insopportabile al masculo siculo (ma spesso anche a quello italico e pure a quello senza nazionalità). Otello è animalesco e una furia umana sul palcoscenico. Iago serpentoso come Sir Bis del Robin Hood buonanima della Disney (ma ahimé non così divertente), Desdemona bravissima e il narratore pure. Lo spettacolo di 2 ore senza intervallo si regge bene. Al solito noto come tanto gli spettacoli teatrali stranieri sono zeppi di attori, quanto le messe in scena italiane avare: quattro attori per l’Otello rappresenta il minimo salariale previsto dal grande Shakespeare, ma, come detto, tanto basta.

Film: quattro film, quattro. Big Eyes di Burton, The Imitation Game di Tyldum, La teoria del tutto di Marsch e American Sniper di Eastwood.

sniperDirò subito che dei quattro American Sniper è di gran lunga il meglio riuscito. La fotografia di una America ancora una volta in guerra mi pare perfetta. Asciutto, col ritmo giusto della epopea, ma anche della vita comune, il racconto di questo supereroe dei giorni nostri morto in patria per mano di un americano dopo essere stato in Iraq tre anni è davvero esemplare della pazzia e della forza degli Stati Uniti. Gli altri film seguono, arrancano.

big eyesBig Eyes è il racconto di una artista che si trova intrappolata nelle insicurezze femminili, sommate a quelle tipiche di chi fa arte. Lei dipinge e lui vende i quadri di lei dichiarandoli propri. La scissione tra l’artista, l’opera e chi la comunica qui è perfetta, fin che dura. Lui dice che la gente vuole conoscere l’artista: vero. La gente di pittura capisce poco o punto e quindi vuole conoscere chi ha dipinto, convinta così, forse, la gente, di afferrare meglio ciò di cui, come detto, fin lì non ha compreso un’acca. Questo per chi dipinge è sempre stato un problema. Assistere alla gente che guarda i tuoi quadri con l’esatta faccia di uno che fissa il bancone di un supermercato alla disperata ricerca del criterio che gli faccia scegliere questo o quel prodotto, questo o quel quadro è esperienza da stomaci forti. In Big Eyes lui, il marito, il venditore, solleva lei da questa esperienza spesso spiacevole e lei ne è contenta. Per di più, come lui le dice, la gente non apprezza le pittrici e preferisce i pittori (si era negli anni sessanta). Insomma fin che dura funziona e funziona alla grande. Poi il giocattolo psicologico si rompe, lei non sopporta più la menzogna, gli fa causa e la vince facile, visto che il supposto pittore non sapeva neanche la differenza tra un acrilico e un olio. Ben fatto, ma Burton ci aveva abituato meglio.

Iimitation gamemitation game è alla fin fine un film di denuncia della condizione in cui sono stati tenuti fino agli settanta gli omosessuali in Inghilterra. Se eri omosessuale e questa tua condizione veniva provata potevi essere condannato alla castrazione chimica. Se si pensa che qui da noi oggi più o meno giustamente (io per la verità non avrei dubbi in proposito: bisognerebbe sicuramente prevederlo) siamo a domandarci se sia il caso di condannare alla castrazione chimica i pedofili, si capirà che mostruosità era quarantanni fa in Inghilterra. Per di più qui il poveretto è un genio a cui il Regno Unito e gli alleati dovevano molto, avendo lui diretto la squadra che scoprì il codice segreto con cui i nazisti comunicavano con la loro flotta atlantica (e non solo). Alla fine del film veniamo informati che secondo alcuni storici questa scoperta e la sua oculata gestione hanno permesso alla guerra contro Hitler di durare due anni in meno di quel che avrebbe potuto. Due anni di vite salvate. E lo accusano di omosessualità, cosa che peraltro lui non aveva mai negato. La macchina che questo signor Touring costruì per decriptare i messaggi nazisti è alla fin fine la nonna dei nostri PC, tanto che si dice che il simbolo della mela adottato da Apple si debba alla volontà di Jobs di rendere omaggio proprio a Touring. Infatti, Touring si suicidò a quarantanni circa, non sopportando quella condanna, proprio mangiando una mela avvelenata. Insomma una storia di stupidità sociale contrapposta alla intelligenza e al genio individuale: al solito ha vinto la massa.

teoriaLa teoria del tutto racconta anche esso di un genio, per quanto di minore portata (sembra) (solo il tempo lo potrà dire): Stephen Hawking, celeberrimo professore di fisica di Cambridge, affetto da atrofia muscolare progressiva, una forma meno letale della più comune SLA. Meno grave per modo di dire perché il professore dagli anni settanta ad oggi ha perso quasi completamente l’uso del suo corpo. Il film è una grande storia d’amore, quella tra Hawking e sua moglie, che lo aiuta, lo assiste, gli dà tre figli (in un passaggio del film un amico domanda a Hawking ormai incapace di camminare e praticamente di usare la mani come faccia a procreare e lui risponde che “quello” non è un muscolo volontario e quindi funziona comunque), lo cura, fino a quando lui, sempre per amore, non la allontana da sé. Non si piange, ma si è tentati.

Quindi come diceva quel tizio nel mio personale cartellino primo di gran lunga Eastwood, poi gli altri in ordine sparso, o, come si direbbe al Giro di Italia, con un arrivo in gruppo.

 

 

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