Ero rimesto indietro, come capitava a scuola nelle materie più ostiche, e non avevo ancora visto l’ultimo film di Virzì.

Non lo avevo visto per scelta. Un film sulla cattiveria umana non mi interessava. E poi tutte quelle polemiche sorte sull’ambientazione brianzola mi avevano allontanato. Avevo letto, ai tempi, che il film è stato tratto da un libro americano, ma nella nostra piccola piazza italiota alcuni si erano ribellati all’uso dei bei paesaggi della Brianza per ambientare una storia che è (anche) di avidità e soldi.

In ogni caso ieri sera ho colmato la mancanza, all’auditorium parrocchiale, nell’ambito della Scuola dei Genitori (di Piazza Wagner a Milano).

Il film è impietosamente bello, intenso, vero, forse tirato un po’ troppo per i capelli nel ritratto di alcuni (la piccineria di Bentivoglio), ma in generale, come detto, vero.

Da un punto di vista educativo, proprio del luogo dove l’ho visto, la scuola dei genitori, Virzì  ci mostra alcuni dei disastri che la mia generazione ha commesso e commette.

Il principale: non esserci o meglio essere così impegnati nel vivere la nostra vita, spesso in maniera ancora adolescenziale, da risultare patetici o stupidamente violenti (e comunque non interessanti) agli occhi dei nostri figli.

Al termine della proiezione molti sottolineavano l’importanza del dialogo interno alla famiglia, di un dialogo vero, senza finzioni e caparbiamente diretto. Per avere quel dialogo, dicevo io, bisogna avere fiducia e spesso, per paura e insicurezza, per diffidenza o troppa esperienza, noi non abbiamo fiducia in quel che i nostri figli ci dicono.

E la mancanza di fiducia si vede, si sente, al di là dei proclami e delle affermazioni. Uno sguardo, un sospiro, un silenzio spesso parlano di questa sfiducia nei confronti di certi racconti, di certe scuse, di certe ricostruzioni e questa mancanza di fiducia allontano i figli, che evidentemente poi rifiutano di conseguenza il dialogo.

Nella storia del film da questo punto di vista ci sono due episodi contrari: il padre del ragazzo protagonista suo malgrado non crede alle affermazioni del figlio, mentre Valeria Golino, madre putativa della protagonista del fim, le crede senza se e senza ma, con affetto e, appunto, fiducia.

Avere fiducia significa darsi, rendersi disponibili e forse l’età non ci facilita in questo esercizio così tipico della gioventù, ma comunque così essenziale nella costruzione di un qualsiasi rapporto umano.

in ogni caso, brava la Tedeschi a rappresentare una tentennante e novella madame Bovary. Brava la Golino in una piccola, ma essenziale parte. Per me troppo caricaturale Bentivoglio. Inesistente Gifuni. Bravissima la giovane protagonista Matilde Gioli, di cui ieri sera, nel corso del successivo dibattito, si è apprezzata una maturità ben superiore ai suoi 25 anni.

 

 

 

 

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