A Padova a palazzo Zabarella è in onda una antologica del pittore livornese Corcos (1859 / 1933).

Scorrendone le immagini di presentazione, con forza e per forza mi viene da chiedermi quale fu (e quale sia) la caratteristica principale della pittura italiana di quel periodo (e del nostro).

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Con diverse fortune e abilità Corcos, De Nittis, Zandomeneghi, Signorini, Fattori, Boldini, Segantini (per nominare solo i più conosciuti e conscio di dimenticarmene altri) tutti hanno dimenticato la scuola di Giotto e sono stati istruiti dal Veronese e dal primo Tiziano.

Mi spiego meglio: quando fui giovane mi insegnarono che la caratteristica principale della pittura italiana era lo spazio, la costruzione di un preciso e solido spazio pittorico entro il quale raccontare “storie”. Giotto docet (ma anche Caravaggio, come ricorda bene Frank Stella). Poi in una certa fase e in un certo ambito territoriale si impose (pur non dimenticando del tutto lo spazio) il colore, la luce. Veronese docet. La scuola romana a cavallo delle due guerre è veneta da questo punto di vista.

Ecco mi pare che quei pittori, i pittori italiani nati tra il 1830 e il 1860 abbiano indiscutibilmente proseguito su questa seconda strada piuttosto che sulla prima. E seguendo questa seconda strada, quella del colore, siano a tratti scivolati nella illustrazione.

Un’altra notazione è come quei pittori si siano, come dire, immolati nella difesa della professionalità tecnica pittorica, riproducendo con cura (spesso maniacale) abiti femminili e acconciature, quasi che nei confronti della contemporanea pittura francese (includendo in questa anche Van Gogh) i nostri orgogliosamente cercassero la propria via e fortuna nella riaffermazione della cura e della precisione del tratto.

In altre parola, mentre la pittura francese di quel periodo (Manet, Monet, Van Gogh, Gauguin, Pissarro, Renoir, ecc) si liberava  e liberava noi stessi da lacci e laccioli, immergendosi nella luce e sfidando la tavolozza con i fauve e indagando la scienza con i puntinisti, i nostri sembrano oggi essere stati ingabbiati da una certa idea di accademia e di scuola che rendeva e rende i loro quadri spesso stupefacenti in tecnica e passione, ma vuoti e piatti per mancanza di spazio pittorico.

Mi pare di aver letto che Renoir (o qualcun altro, non importa) dicesse che i bei quadri sono quelli nei quali ti viene voglia di camminare. Ecco mi pare che fatta eccezione per alcuni Segantini e per un paio di Signorini nei quadri di questa nostra Italia di quegli anni non venga voglia di camminare, ma tutt’al più (e lo concedo, anche spesso) di fare dei sonori “oohhh” di stupore e delizia di fronte a tanta tecnica.

Che fare oggi? Coniugare spazio e colore è un dovere per chi è italiano e fa pittura, no?

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