Ultimo posto in alto  a teatro non mi era mai successo. Neanche al cinema, credo, salvo in qualche B movies all’oratorio da ragazzino.

Eppur si vede e si sente bene. Piccolo Teatro di via Rovello, venerdì sera.

E bene abbiamo fatto ad andare, perché questa strana cosa che è Le sorelle Macaluso di Emma Dante (dove la Dante è sia regista che autrice del testo) è uno spettacolo davvero bello.

Immaginate il palcoscenico completamente aperto e buio. Una figura inizia a danzare e sullo sfondo pian piano compaiono visi scarsamente illuminati. Poi plotoni di gente a passo militare vanno su e giù per il palco, mentre la danzatrice continua a piroettare. I passi sono assordanti, ritmici, insistiti.

Poi le protagoniste vengono in proscenio e si mettono a raccontarsi. Sette sorelle ad un funerale. Ricordi, vita vissuta, il siciliano stretto e incomprensibile delle prime battute si scioglie e plana in un dialetto italianizzato che forse fa da contraltare allo svolgersi della vita familiare dagli anni dell’infanzia a quelli della maturità e della scomparsa. Vengono rievocati il padre, morto di infarto, la madre scomparsa nell’amore generoso verso il marito, il nipote, crollato anche lui per un malore giocando a pallone, sogno di rivalsa familiare, quello di allevare un piccolo Maradona, che si spegne contro le debolezze di una DNA (evidentemente) che già aveva presentato il conto con l’infarto del padre.

Spettacolo davvero notevole, misurato nei tempi (un’ora e poco più), ma preciso nel delineare la storia delle Macaluso, sorelle siciliane tutta famiglia e poco più con un uso della scena, delle luci e dei tempi perfetti.

Merita il viaggio.

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