Sabato sera siamo andati in allegra compagnia e del tutto ignari a vedere Alabama Monroe. Non ne sapevo niente, se non il sottotitolo (una storia d’amore) e la foto in locandina con una tizia in costume a stelle e striscie sdraiata sul cofano di un furgoncino rosso.

Per un bel pezzo ho pensato si trattasse di un film americano, di quelli extra Hollywood, con attori sconosciuti e budget ridotto. L’ambientazione induceva all’errore. Campagna, mucche, cavalli, locali fumosi e musica country americana, lei tatuata, lui capellone.

Poi ad un tratto compare una macchina clinica con scritte in tedesco o giù di lì – certo non in inglese. Strano, penso. Infine lei, la protagonista del film, in una scena – sempre in campagna – dice che lì in Belgio una certa cosa serve. Belgio? Non me ne capacito, ma, ovviamente, me ne faccio una ragione. E mi concentro sulla storia, assai dolorosa, per la verità. Infatti il film si snocciola lungo un percorso di dolore assoluto, fatto di un amore improvviso tra un suonatore di banjo, cantante di una formazione di musica folk americana, e una sfattona tatuatrice professionista. I due si innamorano perdutamente, si sposano, lui le dà una casa, la introduce nel complesso folk, la fa cantare, mettono al mondo una bella bimba, che però si ammala di leucemia e, dopo lunga e penosa malattia, muore. Al che la madre, la tatuatrice, impazzisce e si suicida. Nonostante le intenzioni però non muore, ma rimane in stato vegetativo. Al che il marito chiede che le venga praticata l’eutanaisa, cosa evidentemente in Belgio legale. Il film termina col complesso musicale di lui che canta davanti al letto su cui giace morta l’amata.

Data la trama non vi stupirete se sono uscito dal cinema vagamente alterato. Fare film sul dolore altrui è lecito, ma normalmente non mi vede in sala.

Ripensandoci il giorno successivo (Godard diceva – ho appena letto – che mentre la televisione cerca l’oblio il cinema crea ricordi), mi sono reso conto che il film, oltre ad essere ben recitato e ad avere una colonna sonora straordinaria, unisce una accurata descrizione psicologica dei due protagonisti ad un discorso estremamente ambizioso e incazzoso su Europa e Stati Uniti.

La vicenda dolorosa dei due, infatti, è vissuta col sottofondo delle dichiarazioni di quel genio di Bush figlio che in tv dichiara lo stop alla ricerca sulle staminali e provoca, come contrappasso, una vigorosa quanto stralunata difesa della laicità e dell’ateismo da parte dello sfortunato marito.

La cultura americana che ci rende tutti omogenei nel culto della loro musica, della loro arte (ultimamente), del loro cinema grazie a Dio non riesce ad attecchire (del tutto) quando si scende sul campo dei valori, tema sul quale le centinaia di anni passati da noi europei per “pulirci” da secoli di guerre religiose (o supposte tali) e da secoli di pregiudizi sociali fanno sì che in larga parte delle nostre società la razionalità – quando non l’ateismo – ancora si impone con forza. La battaglia, però, sembra dirci il film, non è finita e non bisogna abbassare la guardia. Ricerca scientifica e libertà personale anche estrema (eutanasia) sono battaglie delicate, ma rispetto alle quali vale la pena impegnarsi.

Letto così il film, melodrammatico agli estremi, merita il biglietto.

http://www.youtube.com/watch?v=ShUayWwSqjo

 

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