Vittorio è un amico e un maestro. Uso il presente anche se Vittorio è morto ormai da 7 anni. Uso il presente perché le cene a casa nostra sono ancora qui. Le cene solitarie oppure quelle rare con Sturla, passate a guardarsi in cagnesco, con rispetto, affetto, ma diffidenza: chi era il più grande di Chiavari? come se già la domanda non facesse sorridere.

Uso il presente perché le domeniche quando lo incontravo in giro con Rocca sono ancora qui.

Uso il presente, soprattutto, perché Vittorio è amore per la pittura, tutta la pittura, che lui osservava con attenzione, in silenzio, avvicinando e allontanando la testa dalla superficie del quadro e poi ritraendosi per porre la giusta distanza e poi tornare ancora vicino, molto vicino.

Da lui ho imparato che la pittura è un mettere, un aggiungere, un lavorare, ma anche un togliere, un sottrarre.

Per lui pittura, fare pittura era pensare, pensare e osservare, meditare continuamente su ciò che stava facendo, approfondendo segno e colore, evitando il facile effetto, addensando e concentrando il colore, oppure lasciandolo fuggire con leggerezza verso il cielo.

Ha fatto poche mostre in vita sua. Troppo lo stress del mostrarsi, il timore dell’imperfezione, il fastidio per i giudizi affrettati o incompetenti o anche semplicemente stupidi. Troppo il senso di inutilità evidente nel mostrarsi: a quale scopo? Vendere? Che io sappia viveva del suo, del suo stipendio di insegnante, della sua pensione ed era felice se qualcuno lo andava a trovare in studio e chiedeva di poter vedere. Vendere non era tra i suoi rischi.

Secondo alcuni (ricordo Bonanni, ma forse anche Politi) avrebbe dovuto smettere probabilmente dopo gli anni sessanta. Non aveva sfondato. Ci aveva provato, ma non ce l’aveva fatta. Opere bellissime e intense non sono servite a farne riconoscere la maestria. E quindi secondo la regola o si sfonda o si smette. Avrebbe dovuto? Non credo.

Io credo che la cultura sia un fare, un fare diffuso, il più diffuso possibile e abbia poco o punto a che fare con la sopravvivenza. Essere artista è darsi e darsi gratuitamente, per necessità interiore. Se poi capita di guadagnarci qualcosa più che altro per coprire i costi o, quando si è molto fortunati, ricompensare i propri cari del tempo sottratto loro, bene, meglio. Ma il mercato, che non è il moloch, si badi, è altro rispetto alla cultura e all’arte. Basta saperlo e tenerne conto. E’ come con i cani o i gatti: bisogna sapere che mordono e graffiano e che se non ti fanno le feste un giorno è nella loro natura. Non importa. Sono altro.

Questo mi ha insegnato in silenzio Vittorio, il mio amico e maestro Vittorio.

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