Se la pittura è un linguaggio, a volte basta intendersi.

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Se la pittura è un linguaggio quali sono i suoi fonemi, quali le sillabe, quali le parole?

E la grammatica? E i modi di dire, le frasi idiomatiche?

Licini (e tutta la Bauhaus) dicevano che colore e linea erano i due fonemi e se pure questo fosse vero, ancora vero, quante sono oggi le lingue dell’arte?

Ogni corrente, ogni movimento una lingua, una propria grammatica, proprie frasi idiomatiche, sillabe, suoni, parole, discorsi?

E se invece questo paragone fosse fuorviante?

L’impressione è che il paragone regga, regga bene, e che dopo secoli di imperi e lingue universali (fino al classicismo del secondo ottocento) oggi seguendo lo stesso percorso del concetto e del sentimento comune di popolo e di comunità, l’arte abbia prodotto una babele complessa e variegata, il cui unico punto di condensa apparente sta in quel che Dorfles forse avrebbe definito buon gusto e la cui caratteristica sociale più evidente sta nella leggerezza e nell’autoironia.

non è così?

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