Ieri è mancato il critico d’arte newyorkese Danto.

Di lui avevo riferito non molto tempo fa la definizione d’arte. La riporto qui a memoria mia.

Tre condizioni devono essere presenti perché si possa parlare d’arte: un contenuto (traduco in linguaggio da bar: qualcosa da dire), una tecnica specifica, l’incarnarsi, per così dire, del contenuto nell’opera, ovvero la capacità dell’opera di creare una emozione condivisibile e condivisa.

E’ evidente che la prima condizione è sempre soggettivamente vera. Per questo va declinata in termini sociali. Il contenuto deve essere al passo con i tempi. Può anticipare o dettare vie, ma a quel punto spesso l’opera che lo rappresenta verrà “non compresa”.

La terza è discutibile e trasferisce al sociale quella caratteristica di soggettività tipica della prima. Quante volte abbiamo sentito dire anche di fronte a capolavori assoluti frasi come “a me non dice nulla”? tante. quindi la terza condizione è per così dire statistica e, in tempi come questi, dominati da una sopraffina capacità comunicativa dei pubblicitari, anche se vogliamo pericolosamente esposta a manovre economiche al confine della truffa.

La seconda è ciò che salva, così come salvò sempre e sarà sempre salutare. La tecnica. La capacità tecnica è indispensabile e in arte è strettamente legata alla manualità.

Grande Danto. Mancherà.

Arthur C. Danto como agudo transformador

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