Da Mario Rocca

Zurbaràn, il beato Serapione (c/o Wadsworth Atheneum)

 

Il vuoto dell’ultimo respiro si fa veste, si fa bianco, diventa simbolo di martirii passati di tormenti futuri.  Cade vuota la tela nell’ombra scura.

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Cade la veste, il suo bianco odora ancora di lavanda e di armadi. Le pieghe hanno la rigidità del non usato, la vita ancora non ha impresso il segno, il sole al calar della sera disegna su di esse ombre calde che sfumano. Il corpo è assente. La testa, come natura morta, poggia sul bianco. Le mani, ormai senza presa, stanno appese nel vuoto, inerti  nell’abbandono della vita che sfoca nell’ignoto del fondo.

Dopo

Il pittore guarda la sua opera. È soddisfatto del lavoro. Pulisce i pennelli e si incammina verso l’uscita. Poi ritorna indietro e va a togliere la veste bianca che gli servita da modello dal trespolo. La piega con cura e la ripone nella cassapanca. Prima di uscire butta ancora uno sguardo alla stanza tutta in ombra. Solo una luce colpisce le stecche di legno dove era poggiato l’abito. Una croce chiara nel buio lo trafigge. Due assi di legno incrinano tutto il suo lavoro.

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