Estate. Pomeriggio. La luce entrava indiretta dalla grande finestra posta a nord.  Al di là, la collina con le mura e su, su il castello. Il verde sembrava essere lì, nello studio, presente, vivo, vivace, pulsante.

Il pittore era seduto in poltrona. I pensieri si rincorrevano senza un ordine preciso. Il quadro che stava cercando di finire. I disegni che doveva mandare per l’indomani al grafico per le prime prove di stampa. La figlia che lo aveva chiamato e gli aveva chiesto come stava.

Bene. Stava bene. Nonostante l’età e gli acciacchi. Solo un dolore sordo alla schiena lo tormentava. Non nel solito posto, non lombare, ma più al centro e poi, soprattutto, dalla parte sbagliata. Chissà cosa era. Ormai era abituato a non dare troppa importanza ai dolori passeggeri, ai misteri, che vanno e che vengono, segni che si rincorrono sulla tela, ombre che servono a dare risalto alla luce, al corpo, alla sua parte sana, al suo fisico asciutto, magro, secco, che ancora lo serviva egregiamente, permettendogli di dipingere con continuità, ogni giorno che Dio mandava in terra, almeno quattro ore al giorno.

Eppure.

Cosa potesse essere non ne aveva idea. Che una malattia improvvisa lo portasse via in poco tempo, terrore che lo aveva quasi paralizzato per tutta la parte centrale della sua vita, ora faceva meno paura. O per niente. Aveva vissuto. Aveva dipinto. Che venisse pure, pensava. “Se solo riuscissi a finire questo benedetto quadro”

Lo guardò una volta ancora. Sul suo schema classico aveva voluto introdurre una variazione, una novità che avrebbe fatto sobbalzare i suoi critici. Anche i meno attenti.

Il flusso del colore steso, come al solito, con tranquilla forza in lunghe pennellate di densità appena avvertibile aveva lasciato spazio, nella parte alta della composizione ad un martellato di turchese, giallo, grigio e blu oltremare. L’effetto era quello di una materia mobile, verde, vibrante, come mossa dall’aria, dal vento, una collina, quella collina lì, lì davanti, davanti ai suoi occhi, quella che aveva osservato illuminata dal sole o spenta dalla pioggia, lei, la testimone di tutto, di tutto quello che in trentanni era capitato in quella stanza, le ira, le discussioni, le riflessioni, i silenzi, la pittura, soprattutto la pittura.

Qualcuno bussò. Senza alzarsi lui disse di entrare.

Era Carla, la sua Carla, la sua ultima debolezza, il suo amore più tardo, la studentessa, come la chiamava qualcuno, bella, giovane, spigliata, con quella massa di capelli ambrati, che, quando li aveva notati per la prima volta, gli avevano ricordato Lucio Dalla e la sua canzone. Non si poteva temere una donna con dei capelli così sensuali, e belli, e rigogliosi e tanti.

Se ne era innamorato pian piano. Aveva già i suoi anni. La passione, ne era ben conscio, era tutt’altra cosa e il fatto che lei si fosse lasciata amare lo aveva lusingato, vezzeggiato, proprio quando ne aveva più bisogno, proprio in quegli anni, negli anni finali di quell’assedio che la morte aveva stretto a quelli della sua generazione, quando gli amici e i parenti e i coetanei muoiono, improvvisamente e rapidamente, lasciando sbigottiti chi li accompagna per l’ultima volta. Era stato un tonico, un balsamo, una pozione, una magia, che lo aveva fatto rifiorire a sua volta e gli aveva donato nuova energia, tanto che ben oltre la sessantina (o forse ne aveva già settanta suonati?) aveva prodotto le sue cose migliori, o almeno così dicevano, specie quelli che prima e più spesso lo avevano crocefisso all’informale che non muore, alla superficialità della maniera, alla banalità delle scale cromatiche, dei colori pastello.

Sua moglie aveva capito. Lo aveva lasciato fare, almeno per un po’, in silenzio e in intelligenza, in prudenza e amore. Nella sua reazione composta, apparentemente assente, quasi, agli occhi di chi non la conosceva bene, lui, lui aveva capito quanto e come e perché l’aveva amata così tanto, così intimamente, così perdutamente, con tutta la passione di cui era stato capace e che forse aveva riversato su di lei, prima che sui suoi quadri.

A volte si chiedeva se pittura e amore non fossero due amanti concorrenti, se quel che aveva donato all’una non fosse stato preso all’altra, se la felicità che aveva provato distintamente nei primi anni del loro matrimonio e poi ancora dopo alla nascita di Cristina e alla sua stupefacente crescita, in bellezza e intelligenza, ecco, se tutto quell’amore e felicità e gioia e benessere non avessero fiaccato la sua pittura, non fossero state la causa di quella superficialità che, ad essere onesto, anche lui attribuiva a molte delle sue cose della cosiddetta maturità. Non lo sapeva. Non lo sapeva ancora. E se lo chiedeva, ancora, spesso.

Carla gli si avvicinò e gli carezzò la mano. Si chinò e lo baciò su una guancia. Un attimo. Il desiderio. Lui si liberò la mano dalla stretta di lei e le carezzò a sua volta una coscia, lì, sotto la gonna leggera. La sua carne. La sua carne soda, muscolosa, liscia, potente.

Lei lo baciò. Sulle labbra. A lungo. Poi in un soffio gli disse: “Lascia stare, ti prego. Se arriva tua moglie… Sai che adesso non vuole…”

Quel pensiero, quella verità lo indispettì. Cosa era cambiato da allora, da quando aveva iniziato quella pazzia e sua moglie aveva accettato? Niente, niente. Solo l’età, solo l’età. Sua moglie aveva detto una volta in una sfuriata che basta, che era arrivato il momento di smetterla. Che si sfiorava il ridicolo. Non si poteva. Era finito. Era tutto finito. Non avrebbe più sopportato. Quell’epoca era finita. Non era colpa di nessuno, diceva. Era finita. L’aveva detto anche a Carla. Prendendola da parte. Basta.

Carla c’era rimasta male, certo, anche perché sulle prime aveva capito che non le sarebbe stato più permesso vederlo. Poi si erano intese. Le donne. Le donne se si parlano, si capiscono, si intendono. Nessuna delle due gli aveva mai detto che era per la sua salute che bisognava limitare al minimo quelle cose. Era stato il medico a dirlo. Nessun pericolo serio, ma chissà cosa combinava il maestro, ancora. Limitarsi. Stare attenti. Non strafare. Quello aveva convinto Carla e sua moglie. Lì si erano capite e intese. L’amore per una donna può essere spesso rinuncia. Incomprensibile, avrebbe bofonchiato lui, se lo avesse saputo.

Lei si allontanò e si mise seduta al tavolo da lavoro. Solo a lei era permesso. La sua ultima debolezza.

Dopo poco lui si immerse di nuovo nei suoi pensieri. Quell’angolo, turchese, giallo, grigio e blu oltremare non lo convinceva. No, non era per il martellato, anche se quella tecnica era così inusuale per lui. Era quel verde che ne risultava. Troppo vivo e allo stesso tempo troppo innaturale.

La collina lo distrasse. Un tizio saliva verso il castello, arrancando lungo la salita. Quanto era ripida! Lo ricordava molto bene. Anche se erano anni che non c’andava. Più. Il vento mosse gli alberi. Il sole illuminò il prato.

Lui si alzò, deciso. Aveva capito. Se qualcuno l’avesse interrotto non avrebbe saputo dire cosa stava per fare. Giallo, giallo oro, avrebbe risposto. Voglio più giallo. Deve brillare di più. Se no è morto. E’morto. Non vedi?

Così brontolava, mentre col pennello dell’otto stendeva brevi macchie di colore.

Si allontanò dal quadro, senza sedersi. Rimase fermo in piedi, minuti. Carla mosse la testa. Il colore dei capelli.

Riprese a lavorare. Lavorò in silenzio fino a quando fu costretto ad accendere l’alogena. La collina era grigia adesso, silenziosa, fredda, distante. Andò avanti ancora un po’. Ancora poco e poi ci siamo, si disse. Poco. Qualche passo indietro e poi avanti, ancora, a mettere a posto quel poco o quel tanto che non funzionava. Ecco, quasi. Quasi. Terra, ocra, giallo oro, cadmio. Il blu oltremare di sotto donava profondità al colore che, impuro, brillava.

Si sedette. Soddisfatto. Moderatamente soddisfatto. Adesso il quadro stava, stava su, funzionava. Adesso non era banale, non era posticcio, irreale, adesso viveva e anche il contrasto tra le pennellate lunghe del resto del quadro e quel fuoco in un angolo stava, c’era, funzionava.

“Un quadro deve stare” disse tra sé a voce alta. Carla guardò il quadro, capì che era finito,  si alzò, si fermò davanti, lo guardò a lungo e poi baciò il pittore su una guancia.

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