Il momento è catartico e quindi mi spinge a rompere una regola che mi ero imposto, quella di non occupare queste pagine con discorsi che non fossero arte et similia.

Leggo sulle pagine del Corrierone nazionale a firma di Danilo Taino il resconto di un incontro tenutosi presso Ambrosetti durante il quale l’ennesimo guru incitava gli imprenditori italiani all’ottimismo predicendo che nel prossimo decennio il PIL mondiale crescerà al ritmo più alto mai registrato prima.

Di lì, a supporto di questa affermazione, tutta una serie di dati sulla Cina.

La platea meritava questa iniezione di ottimismo. L’ennesimo invito a spostare i propri interessi ad oriente avrà finalmente convinto anche gli ultimi dei mohicani che stoicamente e ottusamente resistevano a voler produrre e commerciare qui da noi.

Bene. Ne siamo contenti. Noi impiegati, noi piccoli commercianti, noi geometri, noi orologiai, noi insegnanti. Tutti noi che per vincolo siamo costretti (e vogliamo) vivere qui in Italia siamo davvero contenti che la Cina nel prossimo decennio crei quel mercato mondiale da tanti atteso. Peccato che quel mercato mondiale per la struttura del costo del lavoro mondiale sia largamente un mercato interno. Si produce in Cina e si vende in Cina, ma non solo in Cina. Si produce in Cina, ma si vende anche qui. E quando avremo finito i soldi per comprare le merci cinesi, si produrrà e si venderà in Cina e noi moriremo di fame. Bene. Ne siamo contenti.

La ricetta evidente sta nel riequilibrare il costo del lavoro. Per fare questo occorrerranno anni e questi anni vanno trascorsi al riparo il più possibile dalle ondate dell’economia mondiale.

L’Europa è ancora per volumi il principale mercato mondiale e ha al proprio interno tutto per essere largamente autosufficiente. Non dico che si debba tornare alla autarchia di mussoliniana memoria, ma adottare il buon senso e richiedere che le merci in entrata soddisfino appieno tutti i nostri standard produttivi, in termini di qualità e di sicurezza sanitaria dei prodotti significa proteggere l’economia e noi stessi.

Comprare i maglioni prodotti in cina che dopo qualche anno si sgretolano, solo perchè costano meno, è un non senso, che non dovrebbe essere permesso dalle autorità. Se la qualità dei prodotti extra europei non è almeno pari a quella dei prodotti home made, allora non entrino.

Comprare autobus o automobili cinesi o giapponesi per la nostra amministrazione pubblica significa in molti casi risparmiare qualche punto percentuale sul prezzo immediato, ma se si pensasse che ciò che si paga ai produttori nazionali torna alla comunità al 50% in termini di tasse, forse i conti sarebbero meno entusiasmanti per i produttori extra cee.

Insomma la prospettiva non può essere solo che la Cina crescerà, perchè quel paese, è evidente, sta crescendo anche perchè noi decresciamo.

Investimenti da noi a manetta per ristabilire una produttività del lavoro che porti i nostri salari orari in linea con quelli degli altri paesi extra cee. Reti, infrastrutture, organizzazione, distretti di conoscenze industriali e di settore: siamo sotto assedio. Difendiamoci.

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