Stamani su Repubblica ho letto un estratto dall’introduzione all’ultimo libro di Camille Paglia, sociologa americana nota, pare, al grande pubblico per aver pubblicato nel 1990 un libro divenuto in breve in best seller (Sexual_Personae: Art and Decadence from Nefertiti to Emily Dickinson).

Il testo, breve, è notevole per varie ragioni.

La prima è la sintesi. Difficile trovare in una colonna giornalistica tanti spunti chiaramente espressi e di tale interesse.

La seconda è che l’analisi presentata tra una sinistra americana (perché la nostra invece?) troppo incline all’autocompiacimento e troppo ricca per essere davvero interessata a ciò che accade nella realtà sociale e una destra (sempre americana – e di nuovo la nostra?), che per amore del canone occidentale riduce le proprie pretese artistiche a produzioni sempre più pericolosamente prossime al kitsch è davvero convincente.

La sinistra, infatti, oggi è tanto superficialmente attenta a non escludere nulla e nessuno da non essere in grado (o meglio a non essere affatto interessata) di distinguere il lavoro e il valore dalla paccottiglia provocatoria e autoreferenziale. Tutto è arte, basta che stupisca e sia “nuovo” e “diverso”.

La destra, al contrario, non accetta nulla che non sia una scimmiettatura della pittura secentesca, dimenticando (o non sapendo) che quello, come insegna Stella, fu il secolo nel quale si creò lo spazio pittorico, spazio che ancora oggi è esplorato e saggiato da chiunque cerchi, modestamente, di fare pittura. Per loro, per gli uomini e le donne di destra, la pittura è ancora “comprensibilità” immediata, ovvero copia dal vero, con delicati inserti di personalismo.

E se i concetti di destra e sinistra non convincono (a me sì, ma sento già le critiche che in ossequio ad una certa politica sosterranno che destra e sinistra sono concetti novecenteschi che oggi non hanno senso), allora quella analisi può essere facilmente coniugata tra coloro che fingono interesse per l’arte (sinistra) e coloro (destra) che la rifiutano al grido del “non la capisco”.

In realtà a nessuno dei benpensanti o dei borghesi, come si sarebbe espresso Matisse, dell’arte importa un fico secco. Oggettistica, al pari, di una qualsiasi altra suppellettile di casa.

In ogni caso, nel breve estratto della signora Paglia è contenuta, infine, un’ultima affermazione che sento particolarmente mia ed è proprio l’incipit dell’estratto: “L’arte è un matrimonio tra l’ideale e il reale. La creazione artistica è una branca dell’artigianato. Gli artisti sono degli artigiani, più vicini ai falegnami e ai saldatori di quanto non lo siano agli intellettuali e agli accademici, con la loro gonfia retorica autoreferenziale. L’arte usa i sensi e parla ai sensi. Affonda le sue radici nel mondo fisico tangibile…..”

Certamente gli artisti e in particolare i pittori sono molto più fisici di quanto non siano per natura gli intellettuali. Fare pittura è fatica fisica e tecnica fisica e visione, ancora una volta, fisica. Lo spazio pittorico va cercato e creato, usando gli artefici della pittura, così come un falegname può, se richiesto, nascondere incastri e intagli o al contrario mostrarli e renderli visibili. Questo non è in contraddizione con la natura altrettanto essenziale della pittura di ricerca, di esplorazione, di progettazione e realizzazione dell’immagine. I pittori sono artigiani che lavorano solo per la realizzazione del proprio oggetto, non per altro. Non hanno mai davvero committenti, perché loro scopo precipuo è la elaborazione e la diffusione di un proprio mondo, di un proprio linguaggio. Per fare questo serve rigore e lavoro, lavoro e fatica, impegno e costanza. Fate parlare della propria opera un pittore e otterrete solo banalità o, al contrario, immagini ermeneutiche.

Bello, quindi, questo estratto dalla introduzione all’ultimo libro della Paglia (Glittering Images: A Journey Through Art from Egypt to Star Wars): peccato che Repubblica lo abbia presentato con un titolo che col contenuto ha davvero poco a che fare. La Paglia, infatti, si occupa anche marginalmente di religione e lo fa nell’ultimissima parte di questo breve lavoro, ma il titolo del pezzo su Repubblica recita: “Perché la religione può ancora salvare la nostra cultura”. Che ci azzecca con l’articolo? Poco o punto. Misteri del giornalismo italiano.

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