Attirato dalla consueta intelligenza di Magris, l’altra sera siamo andati, io e la mia signora, a vedere al Piccolo “Lei dunque capirà”, liberamente (ma neanche tanto) tratto dal mito di Orfeo e Euridice.

Diciamo subito che non mi (ci) è piaciuto e poi cerco di piegare perché.

Il testo in sè ha uno spunto interessante: Orfeo è legato ad Euridice non solo e non tanto da amore imperituro, quanto da necessità affettiva e psicologica. E’ Euridice che, amandolo, ne ha fatto il più grande poeta e musicista di tutti i tempi. Senza di lei, senza il suo rigore e il suo fiuto per cassare le iniziative di Orfeo non utili alla realizzazione del suo talento, lui, Orfeo, sarebbe probabilmente rimasto un cantastorie da strapazzo, uno che buttava via se stesso in vino e chiacchiere e donne. Lei, Euridice, è la sua musa, certo, ma soprattutto la sua mentore.

Il rapporto tra loro è quindi anche (e soprattutto?) materno e filiale: lei lo ama per quello che poteva essere ed è diventato grazie a lei.

Questa è la ragione per cui lui, Orfeo, deve scendere a ritrovarla e ricondurla a sè, perchè senza di lei, lui è spento, confuso, silente.

Questa idea è interessante ed è la parte bella dello spettacolo.

La parte brutta è per certi versi il linguaggio di Magris, a tratti troppo aulico, poco presente e molto passato, e dall’altro l’impostazione attoriale di Daniela Giovanetti, la quale, di comune accordo con il regista e forse Magris stesso, fa il verso ad un Gasmann trombone, imposta la voce alla maniera ottocentesca, cercando forse accenti ironici che però il testo non permette e non prevede.

Questo fa sì che lo spettacolo sia noioso e forzosamente lungo. Un’ora e passa di birignao, di vocali trascinate, di bassi continui, con l’intermezzo di un nudo presente, mostrato, ma negato (luce morta, avrebbe detto Dante della illuminazione volutamente sepolcrale della scena), scena questa probabilmente di intenzione sensuale, tutta giocata tra contorcimenti trattenuti sul pavimento dello stige-teatro, no, vi prego.

ps: il teatro Studio è stato ideato a pianta circolare. gli spettatori, non per loro volere, sono disposti in cerchio intorno ad uno spazio vuoto che, immagino, nelle intenzioni di chi lo ha ristrutturato dovesse fungere da palcoscenico. Questo avrebbe permesso e premetterebbe quindi a tutti, guardando davanti a sè, come Dio ha imposto alle limitate capacità visive e posturali umane, di godere della recitazione sia osservando gli attori di fronte, che di lato o da dietro. Questa era evidentemente l’idea.

Ora non è certo la prima volta che vado colà e gli spettacoli sono tutti dove non dovrebbero essere, ovvero in fondo alla sala, in un tratto che è parallelo solo ad una piccola parte degli astanti. Per tutti gli altri sfortunati, quorum ego semper, è tutta una serata di torcicollo imperante. Difficile prevedere una recitazione in mezzo alla sala? Specie per un monologo come quello qui in discussione? Bah…

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