Picasso è stato il Michelangelo del novecento? Forse. Certamente è stato un gigante, un predestinato, uno che a tredici anni dipingeva come molti professionisti non sono mai stati in grado di fare neanche nella età più matura.

Aveva mano e visione, colore e segno. Era un grumo di pittura allo stato puro. Poteva fare quello che voleva con i pennelli e lo fece.

Bene.

Pagato il giusto tributo alla sua indiscutibile grandezza, l’insistenza dei curatori museali nel proporre opere grandi e meno grandi di questo gigante è un po’ nauseabonda.

Cosa può dire Picasso oggi a chi l’ha studiato e ristudiato? E, al contrario, a coloro ai quali della pittura non importa nulla se non il fenomeno da baraccone, perché deve importare Picasso e non, che so, Matisse o Mirò o Chagall? Eppure su Picasso si insiste con costanza degna di altri e più meritori scopi.

Perchè? Perché la biografia dell’uomo, le sue donne, l’opposizione al nazismo, il magnetismo dei suoi occhi, tutto lo rende Personaggio sopra ogni altro. E perchè la sua smisurata produzione consente sempre novità (relative) a buon prezzo.

Nel caso specifico della esposizione meneghina il museo Picasso di Parigi deve ristrutturarsi e quindi doveva, per forza, prestare le proprie opere. Ecco la ragione d’occasione.

Ciò detto, e ripetendomi, per chi ama la pittura Picasso è una tappa forzata che, fatti salvi i ragazzini e gli artisti alle prime armi, da tutti gli altri è già stata abbondantemente percorsa. Questa mostra non aggiunge nulla, non può aggiungere nulla a quanto si sapeva e a quanto Picasso ci ha insegnato in tema di libertà e di potenza del segno e di fantasia del colore. La poetica picassiana, come spesso in pittura, non esiste. Un pittore osserva e riproduce, interpreta, innovando, se bravo, o ricalcando i canoni fin lì raggiunti. Picasso ha largamente innovato. Bene. Bravo Picasso, ma, per favore, fateci vedere altro.

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