Abscondita Editore, la cui collana Carte d’Artisti è decisamente meritoria, ha pubblicato nel 2004 di Pierre BoulezIl paese fertile, Paul Klee e la musica”.

In esso scopro che quella che fin lì avevo creduto fosse una passione profonda di Klee per la musica, ma assolutamente, come dire, amatoriale (un po’ come Einstein e il violino) in realtà per una parte importante della vita di Klee è stata una passione divorante, essendo stato primo violino nell’orchestra della città di Berna (ci sarebbe da chiedersi se questa diffusa cultura musicale nelle società tedesche non abbia un qualche influsso sul concetto più generale che sembra permeare il loro modo di vivere nel rapporto tra individualismo e gruppo sociale).

Klee, si dice, studiò a lungo e profondamente Mozart e Bach, rimanendo in questo legato alla cultura musicale classica e non seguendo o apprezzando meno le evoluzioni più recenti. Il metodo di lavoro e le tecniche musicali, dice sempre Boulez, influenzarono molto il futuro fare artistico del pittore svizzero.

Al di là delle riflessioni sulla permanenza del tempo come elemento costitutivo essenziale nella musica e della contestuale percezione che invece la pittura permette, tale per cui certamente la musica dovrebbe essere, se fosse possibile analizzarne il dna, una evoluzione della scrittura e non della pittura (o viceversa: la scrittura come una evoluzione della musica), al di là di queste, dicevo, nel testo leggiamo anche:

“…Non si può inventare senza un certo grado di logica e di coerenza nelle deduzioni. Ma non si deve mai essere prigionieri di una qualsiasi logica, sia essa accademica o sia una propria costruzione. ….. Occorrono disciplina e rigore nei fondamenti, e anarchia per combattere rigore e disciplina. Da questa lotta nasce la poesia….” E ancora: “Klee ci offre una meravigliosa lezione riguardo queste difficoltà. Egli possiede uno straordinario potere di deduzione.”

E infine: “Tutto il genio di Klee consiste in questo: partire da una problematica semplicissima e approdare a una poetica di eccezionale forza che la assorbe totalmente.”

In effetti l’osservazione delle opere di Klee, dei suoi ripetuti tentativi e delle variazioni che su uno stesso tema ha operato da un lato mettono in luce la verità dell’analisi di Boulez, dall’altra ne sottolineano la derivazione musicale.

Leggendo, in maniera blasfema, ripensavo ad una intervista televisiva a Ligabue, cantante italiano, durante la quale, in termini estremamente prosaici e commerciali e, se si vuole, analizzando una problematica simile, ma profondamente diversa, lui, Ligabue, diceva che capiva chi andava ai suoi concerti e pretendeva sempre le stesse canzoni, quelle classiche. L’artista deve avere rispetto di chi lo ama e di cosa le proprie opere possono rappresentare per altri, ma, allo stesso tempo, continuava Ligabue, stare fermi è morire, bisogna muoversi, progredire, dedurre, come avrebbe detto Boluez, approndire e variare.

Ora che la pittura abbia continuamente rapporti con la musica è fuor di dubbio e che la sua capacità, della pittura, intendo, stia nel rendere sincrono ciò che per sua natura è policrono è altrettanto vero (la ricerca della Immagine di Bacon), ma che allo stesso tempo e intimamente e profondamente e essenzialmente la pittura, come ogni altro fare artistico, sia anche e soprattutto variare e provare e tentare combinazioni fino a giungere ad una corretta rappresentazione di ciò che si vede è anche questa assoluta verità.

Mantenersi fedele alla propria storia e al proprio passato più che un obbligo verso la propria committenza (diretta o indiretta) mi sembra una necessità, dalla quale, con senso di urgenza pari a chi imbavagliato cerchi di liberarsi, qualsiasi artista debba sempre cercare di emanciparsi.

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